venerdì, 29 febbraio 2008
scrivo un pochino, ma mi son fatto prendere la mano ed ecco la quarta ed ultima parte.

Si mise a correre in direzione del mostro gridando: “Vai verso le colonne alla mia destra, Seiamira ! Cercherà di uccidere te per prima, quando ti verrà addosso lo attaccherò da dietro. Sbrigati!”.
Il dio lanciò un lungo lamento e poi si mosse, veloce, troppo veloce; la ragazza fece appena in tempo ad infilarsi tra le colonne evitando un lungo tentacolo che frustò l'aria inutilmente.
Il cimmero deviò la sua corsa ed alzando l'ascia con entrambe le mani la calò su quello che sembrava il dorso del mostro. La lama si piantò profondamente in quello che  sembrava il carapace di un granchio, denso e nauseabondo liquido verde fuoriuscì dalla ferita, poi tutto parve esplodere  nella furia di un grido potente ed inumano e nell'incredibile rapidità con cui il dio si volse strappando l'ascia dalla presa del barbaro.
Solo la prontezza di riflessi e la ferina agilità salvarono Conan, si abbassò estraendo la spada mentre un tentacolo lo sfiorava  andando poi a colpire il fusto di una colonna, che si spezzò proiettando frammenti di pietra.
Il giovane scattò in avanti affondando la spada nel corpo di Cthulhu, la estrasse rapidamente e scartò di lato, ma fu colpito al fianco da una chela che lacerò gli anelli d'acciaio della tunica come se fossero una  delicata stoffa khotiana e lo mandò a rotolare verso il trono.
Seiamira urlò di rabbia e assalì l'essere impugnando entrambe le daghe, riuscì a tagliare uno dei tentacoli e cercò di colpire gli occhi senza però riuscirvi. Il mostro l'afferro in vita con una delle sue pinze e strinse facendola gridare per il dolore, sarebbe morta spezzata in due se la spada di Conan non fosse calata con forza tremenda tranciando l'arto del dio. La principessa crollò a terra ancora stretta nell'orribile morsa, terrea in volto.
Cthulhu si volse nuovamente verso il giovane ed  emise un'altro prolungato lamento, al quale fece eco un ringhio proveniente  dalla gola del barbaro.
Il cimmero era una visione terribile: si era sfilato la tunica ormai lacerata ed i possenti muscoli risaltavano tesi allo spasimo, il volto era ricoperto di sangue, gli occhi ridotti a due strette fessure azzurre, pieni di furia.
Il mostro ebbe un attimo di indecisione ed il barbaro lo incalzò ruggendo:”Vieni ad assaggiare il mio acciaio, per essere un dio anche tu sanguini parecchio, Vieni maledetto!”.
L'essere emise uno strano sibilo ed indietreggiò, alzò quella che pareva la testa ed emise un paio di note squillanti che vibrarono nell'aria mente un alone purpureo lo avvolgeva.
Quando la luce svanì Cthulhu apparve completamente risanato.
Conan scoprì i denti in un ghigno feroce e si lancio in mezzo ai tentacoli assestando colpi e parando così velocemente che per alcuni attimi il mostro non riuscì a colpirlo e ricevette profonde ferite.
Poi una delle chele sbatté con violenza sul petto del barbaro che perse la presa sulla spada e cadde al suolo semistordito, l'essere gli fu sopra in un istante e si preparò a finirlo quando sussultò e urlò girandosi.
Una daga era profondamente infissa nella sua schiena e la principessa lo stava fissando con occhi incendiati dall' odio.
“Tu vuoi me, essere abominevole” gridò Seiamira “il sacerdote tuo padrone ti ha mandato ad uccidere mio padre ed io ho il suo stesso sangue. Ed allora facciamola finita, io ti aspetto.”.
Un tentacolo scatto veloce come un serpente, la ragazza cercò di colpirlo ma le costole doloranti la resero lenta, il mostro le avvolse le braccia e la trascinò verso di sé.
In quel momento Conan si rialzò e fu travolto dall' ira, afferrò la base del trono e con uno sforzo inumano lo alzò; il volto era congestionato dallo sforzo ed i muscoli sembravano voler lacerare la pelle. Spremendo tutta la sua grande forza fino all' ultima stilla lanciò verso Cthulhu il pesantissimo manufatto, poi crollò in ginocchio ansimando.
L'antico sedile di pietra colse il mostro appena dietro la testa, ci fu un rumore disgustoso, come quello  di un uovo fradicio  che si frantuma.
L'essere emise un ululato talmente forte che i due giovani ne furono assordati, poi crollò al suolo in una pozza di fetido liquido verdastro, immobile.
La principessa  si rialzò a fatica e zoppicò verso il cimmero, gli toccò un braccio e sussultò quando lui la guardò con occhi colmi di furore. “Conan,” mormorò” sono io, Seiamira. Credo che lo hai ucciso. Ma perdi molto sangue, lascia che ti aiuti.”.
Lo sguardo del cimmero si snebbiò e la furia si dissolse, si appoggiò al braccio della  ragazza che lo sorresse fino alla base di una colonna dove lo fece sedere, lui si appoggiò pesantemente e chiuse gli occhi respirando con affanno.
Il giovane aveva diverse ferite ma solo quella al fianco era profonda,  la fanciulla si tolse la maglia  d'acciaio lacerata in più punti e la tunica imbottita,  strappò la stoffa della sua leggera veste da notte e la usò per fasciarlo.
Mentre fissava la  striscia di tessuto mormorava: “Non morire Conan, ti prego non morire, sono rimasta sola, son morti tutti, ti prego non lasciarmi.”.
“Tranquilla donna, un cimmero non muore per un semplice graffio.” e così dicendo  il giovane riaprì gli occhi e si rialzò lentamente.
“Oh, avevo paura  per te,” disse la ragazza ”non dovresti muoverti, la ferita è profonda.”.
Ma Conan stava già dirigendosi verso il mostro, che pareva  sciogliersi quasi fosse stato fatto di ghiaccio, gli rivolse uno sguardo sprezzante poi raccolse la  daga e si diresse verso la statua dagli occhi di rubino. Con la punta della lama li staccò con calma e li ripose in una tasca dei calzoni.
“Cosa stai facendo? Ma perchè?” esclamò la ragazza “ Non devi più rubare ora, io sarò la nuova regina e tu...”.
“Sto prendendo la prima delle mie ricompense” la interruppe il cimmero “credo di essermi guadagnate entrambe” e si avvicinò alla fanciulla. “E qual' è la seconda ricompensa?” chiese lei ansimando mentre lui l'abbracciava.
“Le tue labbra.” le rispose lui in un soffio e la baciò, per un lungo momento entrambi assaggiarono il sapore del sangue e della lotta.
Poi il cimmero si staccò sorridendo e disse: “Addio Seiamira, per me è tempo di andare. Tra poco i superstiti torneranno e tu sarai la nuova regina. Non credo sia opportuno che un ladro assista alla tua incoronazione.”.
“Ma tu puoi rimanere.” disse lei con la disperazione nella voce “Io sono la regina, posso perdonarti, posso fare di te il mio...”.
“Schiavo?” le rispose il giovane “O forse ti dovrei sposare? No, io un giorno sarò re ma lo diventerò grazie  alla mia forza. Tu sarai una splendida regina e non credo che il tuo sarà un regno di pace. Combatti le  tue battaglie Seiamira, sconfiggi i tuoi nemici, e quando il tuo regno sarà vasto io tornerò a capo di un esercito. Ti sconfiggerò ed allora sarai tu a sposarmi ed  a sedere accanto al seggio reale.”.
Lei si raddrizzò imperiosa e sorrise dicendo: “Sia come tu vuoi Conan. Ma quando verrai io ti affronterò e se sarai tu ad essere sconfitto sarà la tua testa ad essere esposta su una picca accanto al mio  trono.”.
Il cimmero scoppiò in una risata e si girò allontanandosi.
La fanciulla lo guardò mentre se ne andava ed una lacrima scese sulla sua guancia, ma continuò a sorridere, sapeva che sarebbe tornato.

Il giorno dopo le guardie andarono alla torre del gran sacerdote per arrestarlo, si dice che quando videro cosa rimaneva di  Delhai Khul fuggirono urlando.
Non è saggio mandare un dio a morire.
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giovedì, 28 febbraio 2008
un uomo temerario e curioso.
Onde per cui ho deciso che stanotte leggerò questo libro

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Spero che non si tratti di un libro "mocciesco" e mi auguro di essere favorevolmente sorpreso da questa scrittrice quattordicenne.
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mercoledì, 27 febbraio 2008
e poi il quattro vien da sè.

Sembrava che fosse in corso una lotta selvaggia ed il giovane guardò la ragazza dicendo:”Sta succedendo qualcosa di strano, forse quel tuo gran sacerdote ha pensato di assoldare dei mercenari, o magari ha scatenato una rivolta. Dimmi dove posso trovare una sala d'armi così poi...”.
Non poté finire la frase perché vide che dal fondo del corridoio stava avanzando un uomo in armatura. Spostò di lato la sua prigioniera e si preparò ad affrontare l'avversario impugnando saldamente la daga. Ma dopo un attimo di spasmodica  attesa si rilassò, chi stava lentamente giungendo non era più in grado di combattere. Aveva perso l'elmo e la faccia era ridotta ad una maschera di sangue, la mano destra impugnava una spada che strisciava per terra, la mano sinistra era impegnata a trattenere le viscere che sfuggivano da un enorme squarcio dell' armatura, all'altezza del ventre.
Il moribondo riuscì a fare ancora un paio di passi poi incespicò e cadde di schianto. Il cimmero gli si avvicinò e vide che era ancora vivo, allora si chinò e domandò.”Cosa sta succedendo? Stanno attaccando il palazzo?”. L'uomo però guardava la ragazza che si era avvicinata e, con grande sforzo riuscì a parlare dicendo:”Altezza, vostro padre è caduto. Il gran sacerdote, che sia maledetto, ha mandato il dio a...dovete fuggire, la guardia è stata massacrata...dovete...Cthulhu è stato risvegliato...fuggite.”. Poi cercò di voltarsi verso il cimmero e con voce sempre più  fievole proseguì: “Voi, se siete un uomo d'onore, prendete la mia spada, proteggetela...il dio è  affamato...io...”. Non riuscì a terminare l'avvertimento, tentò di riprendere fiato, un fiotto di sangue gli uscì dalle labbra mentre con uno sforzo supremo cercava di alzare la spada per darla al barbaro, ma la morte sopraggiunse.
Il giovane raccolse  la lunga lama macchiata di sangue e borbottò. “Una bella arma, fatta di buon acciaio, doveva essere un alto ufficiale.”. Poi si alzò e  continuò con voce più forte:”Andiamo ragazza, ora mi sento meglio, l'acciaio non mi ha mai tradito e non ho mai conosciuto un essere vivente che non potesse essere ucciso con una buona spada, indicami la via ed usciamo.”.
Si girò e rimase interdetto, la principessa era esangue e tremava violentemente; allora lui le si avvicinò e le diede uno schiaffo, poco più di un buffetto nelle sue intenzioni, ma la testa della fanciulla sobbalzò violentemente. Però la sberla la riscosse, gli occhi le luccicarono per l'ira, strinse la destra a pugno e colpì il cimmero sul volto con tutte le sue forze. Il barbaro si massaggiò la guancia e sorrise dicendo: “Allora la gattina ha sfoderato gli artigli. Ora che ti sei sfogata devi dirmi la strada più breve per uscire, non credo ci sia molto tempo. E dio o mostro che sia ha probabilmente ucciso tutte le guardie di tuo padre, meglio se non lo incontriamo.”.
“Maledetto vigliacco” rispose lei con la voce resa rauca dall' ira" ti vantavi che non ti piaceva fuggire ed ora metti la coda tra le gambe e scappi. Qualunque cosa sia ha ucciso mio padre e io lo devo vendicare. Dammi la tua daga, non credere che io sia una stupida ragazzina indifesa, il maestro d'armi mi ha insegnato a maneggiare una spada. Dammi la tua daga ti dico e poi scappa pure a  nasconderti.”.
Il viso  del barbaro si indurì e gli occhi azzurri brillarono di una luce assassina, fece un passo verso la ragazza, minaccioso, ma lei non si ritrasse e lo sfidò con lo sguardo, pallida ma decisa.
Il giovane rimase immobile per un lungo istante poi sorrise e disse: “Forse dopotutto assomigli un po' alle donne della mia terra e siccome il mio dio Crom ama la vendetta ti aiuterò. Qualunque cosa sia  conviene affrontarla in uno spazio che ci dia possibilità di manovra. Ed ora dobbiamo anche trovarti degli abiti, non vorrai mica andare in battaglia col sedere scoperto.”. Lei arrossì violentemente e lui scoppiò a ridere dicendo: “Non ti preoccupare donna, ho altro a cui pensare ora che non le tue nudità. Io mi chiamo Conan e sono solo un ladro ed un mercenario, dimmi il tuo nome altezza e poi andiamo ad uccidere o morire.”.
“Mi chiamo Seiamira.” rispose la principessa “Al fondo di questo corridoio c'è un'altra scala, scendendola passeremo dall'armeria e poi ci potremo dirigere verso la sala delle udienze. Penso che il dio ci verrà a cercare e lì potremo affrontarlo meglio.”.
Si mossero velocemente raggiungendo la sala d'armi, la ragazza aprì un paio dei grandi armadi di quercia lungo le pareti, infilò un paio di calzoni di cuoio ed una tunica imbottita sulla quale indossò una  leggera maglia d'acciaio, ai piedi calzò un paio di stivaletti probabilmente appartenuti ad un giovane paggio. Come arma tenne la daga  aggiungendone una seconda appesa alla cintura.
Conan scelse una pesante tunica di anelli d'acciaio, un elmo aperto ed una pesante ascia bipenne. Trovò anche un fodero per la spada ed un paio di cinghie per fissarla sulla schiena.
Appena  ebbero finito di armarsi sentirono uno strano grido, lamentoso, dalle tonalità aliene.
“Il dio ci chiama” disse allegramente il cimmero” non facciamolo attendere”, uscì dall'armeria assieme  alla fanciulla ed andarono verso la grande sala delle udienze.
Ormai nel palazzo aleggiava  un sinistro silenzio, probabilmente chi non era stato ucciso era ormai fuggito. Dopo un paio di curve cominciarono a vedere i primi cadaveri, erano accasciati lungo il grande corridoio che portava alla sala. Molti erano orrendamente mutilati ed in alcuni punti il pavimento e le pareti erano letteralmente coperte di sangue.
Ma l'orribile spettacolo non arrestò i due giovani che alla fine si trovarono davanti all'immensa porta che portava al grande salone,  dove i re di  Pelishtim tenevano le loro assemblee ed udienze.
Lì il tanfo di morte era più intenso, ma all'odore dolciastro del sangue si mescolava un rivoltante puzzo, era come se un'antica fossa comune fosse stata scoperchiata e centinaia di putrescenti cadaveri fossero venuti alla luce.
La principessa esitò un attimo, quasi sopraffatta dalla nausea, ma Conan entrò deciso impugnando l'ascia; allora lei scosse la testa e stringendo i denti fino a farli scricchiolare lo seguì.
Appena entrati notarono subito i numerosi soldati caduti, pareva che in quel luogo si fosse svolta la  battaglia finale. L'ampia sala era illuminata da numerose torcie e si sviluppava in lunghezza, con ai lati una doppia fila di altissime colonne che salivano a sostenere un elaborato soffitto.
Il cimmero indagava con lo sguardo cercando il loro nemico e si girò di scatto al grido della ragazza che aveva riconosciuto il padre. Il re giaceva seduto contro una colonna, un braccio gli era stato strappato ed aveva un'orribile ferita  al petto. Seiamira si avvicinò ai resti di suo padre ma Conan la chiamò con voce imperiosa: “Non ti distrarre ragazza, verrà il tempo dei funerali ma ora dobbiamo pensare ad uccidere.”. Lei si volse a guardarlo e così facendo scorse  il dio che usciva lentamente da dietro al trono, lui vide la sua espressione di terrore e  si girò a guardare rimanendo stupefatto.
Quella cosa che si muoveva era la copia della  statua, una creatura da incubo che muoveva i suoi tentacoli e le sue chele in un modo alieno e nauseante.
Il cimmero disperò nella vittoria, si portò lentamente al fianco della principessa e le sussurrò:”Vattene e sbarra il portone, io lo tratterrò mentre tu andrai a cercare lo stregone. Forse se lo uccidi la sua evocazione avrà fine.”. Lei lo fissò con uno sguardo feroce e disse con voce ferma. “Non me ne vado, non credere di potermi allontanare, ha ucciso mio padre e dio o non dio voglio la mia vendetta.”.
“Per Crom!” esclamò Conan ridendo ferocemente “Allora seguimi ragazza, andiamo ad uccidere un dio ed a conquistarci la gloria ed i canti dei menestrelli.”.
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martedì, 26 febbraio 2008
la seconda parte, e ricordatevi che non c'è il due senza il tre.

Doveva trovarsi nella sala delle udienze, aveva contato attentamente le finestre ed aveva scelto quella indicatagli dal servo. Sapeva che dietro al trono si trovava un alto piedistallo su cui era posata la statua che raffigurava il dio Cthulhu, una specie di mostro anfibio con il corpo  tozzo sostenuto da zampe squamose, la testa dotata di un becco simile a quello di un calamaro e sotto di essa un orrido groviglio di tentacoli e chele. Ma quelli che il cimmero voleva erano i tre occhi della creatura, enormi rubini stygiani che lo avrebbero reso ricco e forse gli avrebbero permesso di conquistarsi un regno.
Però cominciava a rendersi conto che qualcosa non andava per il verso giusto, la stanza era più piccola di quanto si aspettasse ed alle narici gli arrivava un profumo dolce e sensuale.
Bestemmiando silenziosamente si rese conto di essere entrato in una camera da letto, probabilmente quella di una nobile dama di compagnia. Eppure quello stupido idiota gli aveva giurato che la quattordicesima finestra della seconda fila, a partire dal lato sud, lo avrebbe portato a ciò che di più prezioso il re possedeva. Doveva decidere se tentare di raggiungere la statua passando per i corridoi del palazzo o andarsene.
Improvvisamente la porta della stanza si aprì, un ufficiale della guardia entrò  accompagnato da due soldati che reggevano torce accese ed esclamò: “Mia signora, non c'è tempo il re mi manda per portarvi alla sua presenza.  Siamo venuti a conoscenza di un folle complotto ordito dal supremo...”.
E si interruppe di colpo fissando sorpreso la nera figura vicino alla finestra spalancata.
Con una velocità impressionante il cimmero impugnò la daga e valutò la situazione. Si trovava in una stanza lussuosamente arredata, in un soffice letto dalle lenzuola di seta una giovane donna, dai neri capelli, si era alzata a sedere strofinandosi gli occhi. Nonostante il pericolo il barbaro fissò la fanciulla apprezzandone le curve voluttuose, a mala pena coperte da una serica tunica, e pensò che il verde di quegli occhi, che ora lo fissavano sgranati, ben si accompagnava al rosso corallino di labbra che volentieri avrebbe assaggiato.
Ora però doveva lottare per la vita, si spostò lateralmente e vide che nel corridoio c'erano altri soldati, pensò di essere spacciato. Ma la ragazza emise un grido acuto e l'ufficiale si voltò di scatto verso di lei dicendo:  “Non abbiate paura altezza, questo vile assassino non potrà farvi del male.”
Il cimmero sogghignò sentendo la parola “altezza”, forse non tutto era perduto; con un balzo fu accanto al letto e puntò la daga alla gola della ragazza mentre la stringeva a se serrandole la vita con il braccio libero.
“Non avvicinatevi”, ruggi il barbaro,”altrimenti sgozzo la vostra altezza. Posate le spade e poi io e la vostra principessina ci faremo un giro fuori da questo palazzo.”. L' ufficiale esitò e la punta della daga toccò leggermente la pelle della ragazza facendo stillare una goccia di sangue.
“Posate le armi, cani. O giuro che la mando al cospetto del mio dio Crom” sbraitò il cimmero mentre la ragazza ansimava terrorizzata.
“Maledetto,”, balbettò l'ufficiale,” non uscirai vivo da questa stanza. Lasciala e ti prometto che morirai di una morte veloce e pietosa.”.
“Fatti da parte e lasciami uscire.”, rispose beffardamente il giovane, “Non credo che a te sarà data una morte pietosa quando dirai al re che sua figlia è morta.”.
L’ ufficiale fece indietreggiare i soldati nel corridoio, il cimmero si mise letteralmente la principessa sotto il braccio sinistro ed uscì  dirigendosi dalla parte opposta rispetto alle guardie del palazzo.
Appena svoltato l’angolo del corridoio cominciò a correre incurante delle grida che provenivano dalla fanciulla. Corse cambiando direzione un paio di volte ed infine scese per una stretta scala che lo portò ad un piano inferiore dove si fermò ansando. Mise a terra la giovane donna che approfittò del momento per rialzarsi di scatto e tentare la fuga, ma il barbaro era troppo veloce per farsi sorprendere e si limitò a farle lo sgambetto. La ragazza cadde rovinosamente, cercò di mettersi a sedere e scoppiò a piangere quando si guardò le ginocchia graffiate che  spuntavano dalla tunica lacera.
Il giovane si chinò e, rialzandole il viso con una mano, le disse: “Voi persone civilizzate siete troppo delicate. In Cimmeria le donne sopportano mutilazioni e ferite in battaglia senza emettere un lamento.”. “Ed allora tornatene dalle tue sudice femmine,”, gli rispose lei irata,” lurido assassino. Quanto ti ha pagato il sommo sacerdote  Delhai Khul per uccidermi? Lasciami e mio padre ti darà il doppio, ed io ti prometto sul mio onore che sarai libero di andartene!”.
“Non so chi sia questo Delaicul di cui parli.”, le disse lui, “Non sono un assassino, sono un ladro, volevo prendere gli occhi di quella statua che sta nella sala del trono, ma quello stupido del mio informatore  ha sbagliato ad indicarmi la finestra dove stava il tesoro del re.”.  “ E non mi fido delle vostre promesse, non c’è onore in queste terre.” continuò togliendosi la nera benda e scoprendosi il volto,” Appena trovo una spadone di buon acciaio ti lascio andare, poi conterò assieme a Crom le guardie che ucciderò. Non mi piace fuggire.”.
“Sei solo un ragazzo!” esclamò la principessa guardando quel volto dagli occhi azzurri, incorniciato da neri capelli, ” E sei anche un’idiota, il tuo informatore ti ha detto il vero, sono io il maggiore tesoro per mio padre. Lui ti farà impiccare, ma prima ti scuoierà lentamente. Se però mi lasci andare intercederò per te, te la caverai con un po’ di frustate e qualche anno a remare su una galea reale.”.
“Preferisco morire con una spada in pugno,” ruggì il barbaro,” piuttosto che diventare schiavo. E che i demoni degli inferi  sprofondino quella maledetta statua!”.
La ragazza impallidì di colpo e, con voce resa incerta dalla paura, esclamò:” Ph'nglui mglw'nafh Cthulhu R'lyeh wgah'nagl fhtagn. Il dio dorme nell’antica città di R’lyeh, non è saggio insultarlo.”.
“Non mi importa del tuo dio,” le rispose il cimmero afferrandola sotto le ascelle ed alzandola senza sforzo, ”Il mio dio è Crom che ride delle preghiere degli uomini deboli. Ora seguimi, devo trovare una vera spada.”.
La principessa stava per protestare quando, improvvisamente, un rantolo d’agonia eccheggiò sinistro, seguito dalla urla di uomini terrorizzati.
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lunedì, 25 febbraio 2008
molto il sottogenere del fantasy detto "Sword & Sorcery.
Quindi vi posto la prima parte di un mio racconto in stile howardiano dal titolo: La morte di un dio.

Una nera candela illuminava fiocamente la stanza alla sommità della torre, facendo danzare strane ombre sulle pareti di pietra.
Il vecchio stava chino sull'innominabile libro, le sue labbra esangui si muovevano incerte, tentando di pronunciare parole in una lingua dimenticata da eoni, formando suoni sibilanti.
Gocce di sudore gli imperlavano la fronte rugosa per poi scendere tra gli occhi, socchiusi per lo sforzo di decifrare l'antica lingua pnakotica.
Improvvisamente smise di leggere e si rialzò con il volto trasfigurato da un'orribile espressione che mescolava la gioia alla furia. “Si”, gridò con voce stridula, “ora il maledetto soffrirà ed io avrò la mia vendetta. Il segreto dell'evocazione è svelato, sia lode al pazzo arabo che lo trascrisse. Ora il dio mi servirà, ora colui che era un servo diventerà il padrone.”.
Poi richiuse il libro e si diresse verso la porta borbottando: “Il sangue, ne ho bisogno, non sarà un problema, mi serve giovane, vedremo chi morirà, cani maledetti.”.

Anche un attento osservatore avrebbe fatto fatica ad individuare la nera figura che stava scalando le mura del palazzo reale di Pelishtim. Si muoveva lentamente approfittando delle zone d'ombra ed evitando le feritoie e le finestre illuminate. Chi fosse riuscito a vederlo avrebbe subito pensato ad un ladro shemita, interamente vestito di nero, con una daga appesa alla schiena, alla cintura un rotolo di corda sottile e, fissati alle mani ed ai piedi, artigli d'acciaio che gli permettevano di salire lungo quel muraglione quasi del tutto privo di appigli.
Però due particolari lo distinguevano: un paio d' occhi d'un azzurro bruciante, lasciati scoperti dalla benda che gli avvolgeva la testa, e la corporatura possente.
Ma che fosse un ladro lo poteva testimoniare il pensiero che gli attraversò la mente mentre forzava una finestra, introducendosi un una stanza immersa nel buio: “Crom! Se quel bastardo d'un kushita non mi ha mentito qui è dove si  trova la statuetta del dio.”.
E, mentre si abituava all' oscurità quasi completa, ripensò alla notte precedente.

Stava  percorrendo le strade  della città bassa, che i ladri ed i furfanti avevano eletto a loro dimora.
Cumuli di rifiuti ingombravano il cammino e nell' ombra dei vicoli laterali si intravvedeva lo scintillio di lame, accompagnato da sorde imprecazioni e rantoli di moribondi.
Dalle finestre di taverne male illuminate giungevano stridule risate femminili, mischiate alle oscenità degli avventori ed al puzzo di vino e di corpi sudati.
Entrò in una di quelle tane guardandosi attorno con circospezione, anche i ribaldi seduti ai tavoli lo scrutarono con occhio professionale, cercando di stabilire se fosse un predatore o una preda.
Videro un giovane alto, dai capelli neri, gli occhi azzurri, spalle larghe ed un corpo possente che si muoveva con la grazia di un felino. Le semplici vesti  e lo spadone dall'elsa consunta lo fecero classificare come un barbaro mercenario, squattrinato, probabilmente pericoloso se si fosse ubriacato, niente di cui valesse la pena occuparsi.
Superato l'esame  si sedette ad un tavolo in fondo alla sala e fece un cenno ad una cameriera brythuniana che si avvicinò ancheggiando e, chinandosi, gli appoggiò una mano sulla coscia chedendo: “Cosa posso offrire al giovane barbaro? Cibo? Bevande? O forse qualcosa di più inebriante? Mi sembri forte come un toro, sei forse uno di quei feroci guerrieri Vanir?”.
“Sono un cimmero, donna.”, le rispose sorridendole, “Portami della birra che non sia il solito piscio caldo che servite, e fallo in fretta. “ e dicendolo le assestò una pacca sul sedere, spingendola verso le botti vicino all'entrata. Lei rise sguaiatamente e si allontanò ritornando poco dopo con un boccale di birra che posò sul tavolo.
Per un po' bevve in silenzio poi sentì una conversazione al tavolo vicino farsi sempre più concitata e veemente. Guardò e vide un ometto dall'aria spaventata discutere con due zamoriani che avevano appoggiato sul tavolo i loro lunghi coltelli. Il più vecchio dei due, dal viso reso ripugnante dalla mancanza del naso e da una cicatrice che gli attraversava la bocca distorcendola, stava dicendo: “Ti taglieremo le orecchie e te le cacceremo in gola se non ci paghi. La ragazza costava duecento pezzi d'argento e li vogliamo, ora.”. “Vi prego,”, rispose il malcapitato,”sapete che lavoro a palazzo, vi posso dire dove si trova un grande tesoro, potrete rubarlo e diventeremo ricchi oltre l'immaginabile.”. “Non so che farmene di tesori immaginari,”, lo interruppe lo zamoriano,”pagaci con l'argento che ci devi.”.
Un colpo li fece sobbalzare e si girarono a guardare il barbaro che aveva  gettato la sua spada sul tavolo ed ora li fissava dicendo: “Potrei pagare il suo debito con l'acciaio se volete. Venite con me sul retro della taverna oppure andatevene e lasciatemi parlare con il mio amico.”.
I due furfanti lo guardarono inferociti ma quel che videro non gli piacque, troppo sicuri quegli occhi azzurri e troppo tranquillo il sorriso in quel volto barbarico. Si alzarono lentamente, presero i loro coltelli e indietreggiarono verso l'altro lato della sala scegliendosi un altro tavolo.
Lui prese il loro posto, guardò l'omettto e disse: “Beviamo assieme della buona birra e poi parleremo del tesoro.”.
Dopo un paio d'ore uscì dalla taverna lasciando Setvos, così si chiamava il servo di palazzo, in preda ai fumi dell'alcol mentre salutava a gran voce gli zamoriani che si erano riavvicinati al suo tavolo.
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domenica, 24 febbraio 2008
che ci siano quattro categorie di "impossibilità", ovvero:

1) L'impossibilità tecnologica. Ad es. non posso andare in un altra galassia poichè non è stata ancora creata un'astronave che lo permetta.

2) L'impossibilità teorica. Ad es. non è possibile viaggiare a velocità superiori a quella della luce vista la teoria della relatività che fin'ora si è sempre dimostrata valida.

3) L'impossibilità scientifica. Ad es. il viaggio a ritroso nel tempo non è possibile poichè sarebbe in contrasto con la struttura stessa dell' universo quale noi conosciamo.

4) L'impossibilità logica. Ad es. se A=B e B=C non posso sostenere che A≠C perchè sarebbe in contraddizione con la struttura stessa del nostro pensiero.

Ma gli scrittori spesso vanno oltre e non tengono conto dell' impossibile.
Allora diciamo che se si non si tiene conto di una o di tutte le prime tre categorie vuol dire che siamo in piena fantascienza.
Chi scrive un libro fantascientifico parte dal presupposto che l'impossibile delle prime tre categorie sia destinato a diventare possibile.
Tuttavia la fantascienza non trasgredisce mai la quarta categoria di impossibilità.
Lo scrittore che infrange tutte e quattro le categorie appartiene al genere fantasy.

"Nel modo fantastico il Soprannaturale si rivela come una rottura della coerenza universale...L'Impossibile ne costituisce l'essenza e, in quanto Impossibile, si impone all 'improvviso" ²

La mancanza di ogni categoria di impossibilità permette  di raggiungere livelli di "epicità" impensabili nel genere fantascientifico, e questo è uno dei motivi per cui mi piace il genere fantasy.

Ora voglio però riportare un'altra citazione:

"
L'uomo può credere all'impossibile, non crederà mai all'improbabile" ³

E questo ci suggerisce un'altra categoria con la quale uno scrittore, qualunque sia il suo genere, deve necessariamente confrontarsi:

L'mprobabilità.

E devo dire che ieri ho letto un libro che va oltre la stessa improbabilità, che apre crepe e fessure nella stessa struttura del reale.
Un libro che va la di là della definizione del brutto.
Non credo occorra che vi dica di che libro si tratti, ma vi assicuro che in tutta la mia vita non ho letto niente che sia ad esso paragonabile beat_brick

1 K.Popper
2 R. Caillois
3 O. Wide
postato da: Valberici alle ore 16:54 | Permalink | commenti (15)
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sabato, 23 febbraio 2008
che mi leggerò questo

100_3415Secondo voi potrebbe nuocere gravemente alle mie facoltà mentali?

Nel caso tenterò di ripristinarle giocando con questo

100_3422
postato da: Valberici alle ore 18:13 | Permalink | commenti (28)
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giovedì, 21 febbraio 2008
Il post a  mia moglie Rosalba poichè domani  è il suo compleanno.

E mi domando con stupore come  mai sia stato possibile che una donna come lei si sia innamorata di me.

Ma è successo e per questo oggi le faccio gli auguri e la ringrazio per avermi cambiato e reso un uomo migliore.

Ed aggiungo che lei non fa  parte della mia vita.

Lei è la mia vita.

postato da: Valberici alle ore 20:46 | Permalink | commenti (24)
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mercoledì, 20 febbraio 2008
passato e presente, e penso che sia la stessa cosa per LiciaL aka Ai.
Stasera ho letto un suo bel post che parla di haiku e mi è venuta voglia di rileggere i bellissimi diari di viaggio di Bashō. In particolare lo Oku no hosomichi di cui ora vi posto un brano.



Gassan e Yudono-yama
 
L’ottavo giorno della Sesta Luna scalammo il “monte della Luna”. Portavamo al collo delle ghirlande propiziatorie in carta di gelso e, sul capo, la stola di cotone sbiancato che preserva dall’impurità. Condotti da una di quelle guide chiamate go-riki (“l’Onorabile forza”) camminammo più di sette leghe attraverso nebbia e nuvole, calpestando il ghiaccio e la neve eterna, salendo così in alto che ci sembrava di muoverci sul piano della luna e del sole. Giungemmo in cima gelati fino alle ossa e ansimanti. Il sole era tramontato e saliva l’astro notturno. Abbiamo atteso l’alba su una lettiera di bambù nani, con qualche ramo a fare da cuscino. Quando tornò il giorno dissipando la bruma del mattino, affrontammo la discesa suYudono-yama. Scendendo nella valle vedemmo una forgia abbandonata. Si dice che un armaiolo della provincia di Dewa avesse scelto questo luogo per le virtù della sua acqua. Dopo essersi purificato con le rituali lustrazioni, in pieno raccoglimento forgiava e temperava lame che firmava “Gassan”, nome che divenne famoso ben presto in tutto l’Impero. Pensando alle spade che il famoso armaiolo Kangchiang temperava alla sorgente di Lung- chuan in Cina, aiutato nel lavoro dalla sua sposa Muyeh, mi dicevo che l’eccellenza è il frutto di sforzi superiori alla capacità dell’uomo ordinario. Mentre ci riposavamo nel cavo di una roccia, vidi un piccolo ciliegio che cominciava appena a fiorire a qualche metro da noi. Pensare che questo esile fusto ha passato tutto l’inverno sotto la neve, ma non dimentica di fiorire quando la primavera risveglia questa terra scoscesa! Insolentemente eretto come l’immagine opposta del koan zen “fragili fiori di prugno sotto il fuoco del sole”, questo arbusto mi ricordava la strofa di Gyoson:
 
 
Piccolo ciliegio selvaggio
io solo l’amo
e solo lui fa altrettanto!
  
 
Ma questa timida fioritura, qui, in questo luogo, mi commuoveva ancora di più. Quanto alle cose viste sul monte Yudono, il segreto a cui si attengono tutti coloro che vi si recano, mi impedisce di parlare.
Avevamo appena riguadagnato le nostre celle al Monastero della Valle del Sud, che il Superiore venne a chiederci le nostre impressioni poetiche. Scrissi proprio per lui:
 
 
Brillante falce di luna
sulla china scura e frondosa
del monte Haguro
 
 
Copre la cima
il gioco delle nuvole
disturbato solo dalla luna crescente
 
 
Lacrime sulla mia manica
perché il voto m’impone
di non parlar di Yudono
 
 
E Sora, da parte sua:
 
 
Le offerte dei pellegrini
sul sentiero di Yudono
toccano il cuore!




 
postato da: Valberici alle ore 21:08 | Permalink | commenti (27)
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martedì, 19 febbraio 2008
in dubbio su come trascorrere la nottata.
Quasi certamente rimetterò mano a qualche capitolo del mio libro. Non sono soddisfatto della sua "epicità" e quindi farò alcuni aggiustamenti.
Poi dedicherò un' oretta alla composizione di haiku.
Continuerò con la bozza di un racconto per un concorso.
E, ispirato da un riferimento al cinema d'antan letto poco fa, guarderò uno dei miei film preferiti



Mi rimangono un paio d'ore  a disposizione, suggerimenti ?
postato da: Valberici alle ore 20:48 | Permalink | commenti (27)
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