un po' del mio racconto.
Per i coraggiosi che lo leggeranno un piccolo avvertimento: la prima parte è piuttosto "mielosa" ma alla fine "scorre il sangue e si spargono le viscere".
C'è anche una citazione tratta da un capolavoro, vediamo se qualcuno indovina il titolo del fumetto.
Per i coraggiosi che lo leggeranno un piccolo avvertimento: la prima parte è piuttosto "mielosa" ma alla fine "scorre il sangue e si spargono le viscere".

C'è anche una citazione tratta da un capolavoro, vediamo se qualcuno indovina il titolo del fumetto.

Lysa guardò stupita Raphael poi rivolse di nuovo la sua attenzione all’ oloimmagine.
“E’ una lunga storia.” disse Eloise con voce pacata “Cercherò di raccontartela brevemente, tra poco i tranquillanti cominceranno a perdere efficacia e dovrai essere di nuovo sedata.”.
”Voi mi avete ingannata!” urlò Lysa “Mi avete usata! E non pensate che io vi creda. E’ tutta una mascherata. Voi non potete essere una donna morta più di cinque secoli fa. Forse posso credere che un arkangel, ma voi…”.
“Calmati, ascoltala e capirai” le disse Raphael appoggiandole una mano sulla spalla. Lei tacque e si limitò a lanciare occhiate di furioso sdegno.
“Quando la guerra finì” proseguì la donna con calma “ mi resi conto che l’umanità rischiava di essere dominata da una tirannia. L’improvvisa unificazione di tutte le nazioni e l’energia controllata dagli scienziati avrebbe fatalmente portato ad una oligarchia. Tutti i modelli previsionali che elaborai indicavano che l’uomo non avrebbe potuto evolversi. Sarebbe fatalmente andato incontro all’ estinzione. Allora io e Raphael siamo ricorsi alla mia ultima invenzione: la macchina del tempo.”.
“Non è possibile viaggiare nel tempo!” la interruppe la ragazza.
“Non si può tornare indietro ma si può andare avanti” la corresse Eloise. Ora il suo sguardo si era fatto ancor più determinato mentre i ricordi affluivano nei suoi pensieri.
“E’ possibile trasmettere le ‘informazioni’ dei nostri corpi e ricostruirli in un probabile futuro. Esso diventerà reale nel momento stesso in cui si viene reintegrati e lo si osserva.
Ma lasciamo stare, per ora, la teoria. Quello che conta è che avevo ragione. L’umanità è sotto il dominio di un tiranno: Rouke. Egli governa usando la scienza e la religione, ma le tue scoperte possono distruggerlo. Ecco perchè ti dobbiamo proteggere. Per la prima volta esiste qualcuno la cui mente è simile a quella del santo Riemann e questo qualcuno sei tu.”.
Lysa cominciò a tremare violentemente, cercò di parlare ma dalle labbra le uscì solo un confuso borbottio. L’arkangel le appoggiò sul collo una pneumosiriga e le iniettò un cocktail di tranquillanti. La prese tra le braccia mentre sprofondava nell’ incoscienza e l’adagiò. Si assicurò che respirasse normalmente e controllò i suoi parametri vitali con un medisensor. Diede un ultima, lunga occhiata alla ragazza ed uscì dalla stanzetta mentre la parete si richiudeva alle sue spalle. Si sedette ad un tavolo e posò il trasmettitore che aveva preso con sé.
Guardò l’immagine di Eloise che si stabilizzava e disse: “Pensi che crederà alla storia del tiranno? E’ molto intelligente e potrebbe arrivare alla verità prima di quanto pensiamo. Presto si accorgerà che chi ha creato una macchina del tempo, doveva essere a conoscenza di ciò che lei crede di essere stata la prima a scoprire.”.
Lei lo guardò con durezza: “E’ necessario che lei non sappia ancora la verità. Ora dovrà addestrarsi per riuscire a controllare il suo nuovo corpo. Non avrà molto tempo per pensare e ci sarai tu per distrarla e fugare i suoi dubbi.”.
Raphael rimase in silenzio per un lungo momento poi sussurrò un nome: “Joshua”.
“Sì, ho saputo che Arakne lo ha trovato.” rispose lei, la determinazione nella sua voce sostituita da qualcos’altro, forse rimpianto “A differenza di noi è vissuto per più di cinque secoli. Probabilmente è diventato molto potente, era divorato dal desiderio di vendetta. Potrebbe addirittura essere impazzito, nessun umano è mai vissuto tanto a lungo. Dovrai stare molto attento.”.
L’arkangel esibì un sorriso malinconico: “Io l’ho crudelmente mutilato, gli ho inflitto un’eterna sofferenza e gli ho tolto la donna che amava. Quando ci incontreremo sarà lui che meriterà la vittoria.”.
“No!” fu la secca risposta “ Sono io che l’ho lasciato, io ho scelto di amarti. Se c’è una colpa allora è la mia colpa. Quando scoprirà che io non sono morta il suo odio si rivolgerà verso di me.”.
“Ah, Eloise,” la interruppe con tono appassionato “cessiamo di combattere. Vieni con me, ci troveremo un posto tranquillo. Dimentichiamoci del destino dell’ umanità. Guardati, stai invecchiando, tra poche decine di anni morirai. Che ne sarà di me allora?.”. Lei gli sorrise teneramente:” Capisco, sono già troppo anziana per te.”.
Una lacrima scese sulla guancia di Raphael: “ Sei bella come il primo giorno in cui ti vidi. Ed io ti amo così come allora. Ma ora sento che ci stiamo avvicinando allo scontro finale e temo per te. Io non sono più quello che ero in passato, non voglio più uccidere, non voglio più combattere. Il nostro amore mi ha cambiato, Eloise, temo di essere debole e di non poterti più difendere”.
Eloise allungò una mano quasi potesse toccarlo: “Non essere triste, ho compiuto la mia scelta molto tempo fa e non ne sono pentita. Proteggiamo la ragazza fino a quando non si compirà il suo destino. Dopo lascerò che lei conduca la sua lotta ed io ti seguirò, ovunque tu vorrai, te lo prometto amore mio.”.
Arakne cercò di ricordare quando erano stati distrutti gli arkangel. La risposta che le salì alla mente la fece esclamare: “Ma se tu hai combattuto con Raphael devi avere più di cinque secoli!”.
“597 anni per essere precisi” le disse Joshua mentre si dirigeva verso uno dei grandi armadi metallici, lo apriva e si rinchiudeva al suo interno.
La sua voce continuò a sentirsi anche se attuttita: “Eloise, quando mi ha ricostruito, mi ha reso in qualche modo simile ad un arkangel. Ha usato delle nanomacchine che continuano a ricreare i miei tessuti. Le protesi invece le ho cambiate e migliorate io stesso. Solo gli occhi sono ancora quelli che mi donò lei.”.
Uscì da quello che forse non era proprio un armadio e l’inquisitrice si stupì per l’ennesima volta. Il suo aspetto era completamente cambiato. Ora davanti a lei stava un ragazzo ventenne, dai folti capelli arruffati e l’espressione che ha generalmente chi passa il suo tempo sui libri: timida e sognante. Indossava l’uniforme da universitario: tunica blu e pantaloni dello stesso colore, sul braccio aveva un mantello.
Joshua proruppe in una strana risata, quasi folle: “A volte non ricordo nemmeno più qual’era il mio vero aspetto.”.
“Ora tu mi aspetterai qui” continuò in modo serio “Io andrò ad indagare e cercherò di scoprire dove si nasconde Raphael. Naturalmente non cercherò di affrontarlo, non sono, non siamo ancora pronti.”.
Si diresse verso una parete dove si aprì una porta. Prima di uscire si girò verso la stupefatta Arakne e disse: “Tu intanto ambientati, dev’esserci anche del cibo, da qualche parte. Dai anche un occhiata al funzionamento dell’armatura, trovi la descrizione nel computer.”. Prima che la ragazza potesse replicare se ne andò.
Decise di percorrere uno dei corridoi che lo avrebbe portato in uno stretto vicolo, a pochi isolati dallo strip-bar dove gli assassini avevano individuato la ragazza.
Appena fu all’ esterno indossò il lungo mantello, avrebbe celato la sua uniforme ma non del tutto. Pensava che così lo avrebbero scambiato per un ragazzo ricco che cercava un po’ di trasgressione. Quando arrivò al locale vide che mancava ancora più di un’ora all’apertura. Non se ne preoccupò, spinse con decisione la porta e la serratura saltò con un sordo rumore.
Entrò nel locale ancora in penombra e si guardò intorno. Vide che al bar c’erano tre uomini che conversavano animatamente, quello dietro al bancone alzò lo sguardo e gridò:“Ehi, guarda che siamo ancora chiusi!”. Non ci fece caso e si diresse verso di loro, in silenzio.
Il barman scrutò ben bene l’individuo appena entrato, dopo quello che era successo un paio di sere addietro si era fatto cauto. Stavolta si convinse che si trattava davvero di uno studente inoffensivo, bastava guardarlo in viso. Si decise:”Cazzo! Ma non sai leggere il cartello? Dice che siamo chiusi. Vattene stronzetto e torna più tardi.”.
Joshua continuò ad avanzare e si sedette su uno degli sgabelli, accanto ad uno dei due uomini, piuttosto grossi, probabilmente buttafuori. Studiò il viso del più vicino, attraversato da una vecchia cicatrice, sorrise, distolse lo sguardo e chiese: “Vorrei solo chiedervi un paio di informazioni”.
Il barman si scocciò: ”Sei stupido? O sei sordo? Ho detto che siamo chiusi. Esci ora con le tue gambe altrimenti dico hai ragazzi di sbatterti fuori.”. Poi vide gli occhi del ragazzo cambiare colore e si spaventò: “Ragazzi, buttatelo fuori, buttate fuori ‘sto stronzo!”. L’uomo sfregiato l’afferrò per un braccio e cercò di strattonarlo. Joshua lo guardò divertito:”Certo che al giorno d’oggi non esiste più l’educazione.”.
Il buttafuori sgranò gli occhi quando si accorse che non riusciva a spostare quel tipo di un solo millimetro. Si girò verso il suo collega gridando: ”Jeb! Fai attenzione non è…”.
Qualcosa gli tagliò la gola e la sua voce si spense in un gorgoglio. Il sangue schizzò sul bancone e il barista emise uno squittio spaventato. Jeb cercò di estrarre una pistola ma poi rinunciò, aveva bisogno di tutte due le mani per trattenere i visceri che gli uscivano dall’ addome squarciato. Aprì la bocca per urlare ma una lama lo colse sotto il mento e gliela richiuse, aprendosi la strada fino al cervello.
Cadde a terra, scalciò un paio di volte e poi si immobilizzò.
Joshua si appoggiò al bancone e fissò l’uomo rimasto vivo: “Ora vorrei che tu rispondessi ad un paio di domande.”.
Il barman credette di stare per svenire. Quello che l’aveva terrorizzato non era stata la morte dei due buttafuori. Era in quel giro da molto tempo e ne aveva viste tante: regolamenti di conti, pazzi scatenati, bande rivali. No, quello che lo aveva spaventato a morte era quello che era certo di aver visto. Quel tipo non aveva impugnato un coltello. Era stata la sua mano che si era trasformata in una lama.
Cercò di parlare ma non ci riuscì. Improvvisamente si trovò l’assassino di fianco, doveva aver scavalcato il bancone, così veloce che non l’aveva nemmeno visto.
Joshua prese una bottiglia di vodka e ne versò un po’ in un bicchiere che porse al barista: “Bevi.”. Aspettò che finisse, il liquore gli sfuggì in parte lungo il mento. Gli riprese il bicchiere dalla mano tremante e glielo riempì nuovamente. Attese che terminasse la seconda bevuta poi gli appoggiò una mano sulla spalla: “Ora risponderai alle mie domande, vero?.”
Ailyn entrò dal retro, si cambiò negli spogliatoi indossando la sua esigua uniforme. Tra poco avrebbe cominciato a servire ed intrattenere i primi clienti. Più tardi sarebbero arrivate le altre ragazze e la nottata sarebbe entrata nel vivo.
Sospirò, era stanca di quel lavoro, ma la pagavano bene e lei aveva una figlia da mantenere. Avrebbe stretto i denti e continuato, magari un giorno sarebbe arrivato un uomo che si sarebbe innamorata di lei e l’avrebbe sposata. Rise tra sé pensando all’ improbabilità di un tale evento ed entrò nel locale usando la porticina di fianco al bar.
Si accorse che stava calpestando qualcosa di appiccicoso e imprecò sottovoce. Probabilmente qualcuno aveva già vomitato ed a quest’ora sarebbe toccato a lei ripulire.
Guardò meglio e vide che stava calpestando qualcosa che aveva uno strano colore iridescente. Non capì subito, pensò a del lattex bagnato, forse un attrezzo di scena.
Alzò un po’ lo sguardo e vide che quel qualcosa fuoriusciva dal ventre di un uomo steso a terra. Rialzò la testa di scatto quando comprese che stava guardando l’intestino di un uomo. Sul bancone la testa di Jeb la fissò con gli occhi sgranati. Aprì la bocca per gridare, annaspò e riuscì solo a produrre un suono rauco.
“Ti chiami Ailyn, giusto?” le disse Joshua.
La donna lo guardò, era appoggiato al bancone, dall’altra parte vide il barman inchiodato al muro, una sbarra di ferro lo trapassava.
Ailyn sentì un liquido caldo che le colava lungo le gambe tremanti,
Joshua vide la pozza di urina allargarsi ai piedi della cameriera e se ne dispiaque. Non aveva intenzione di spaventarla e fu con voce triste che le disse: ”Mi dispiace infinitamente, a volte mi dimentico che la morte può sembrare spaventosa. Ma ti assicuro che non hanno sofferto più del necessario. Ho solo fatto un po’ di messinscena per la polizia, così penseranno ad un regolamento di conti tra bande rivali.”.
Si avvicinò alla donna quando capì che stava per svenire, la sorresse e la prese in braccio.
La portò fino ad un piccolo divano e la depositò, allontanandosi di un paio di passi.
“Sai,” le disse con voce tranquilla “molto tempo fa ho letto un bellissimo poema epico. La protagonista era la Morte e suo fratello Sogno. Mi ricordo alcuni versi:
<<La Morte è oggi al mio cospetto: come il sollievo per l'ammalato, come un giardino in fiore dopo la malattia.>>
<<La Morte è oggi al mio cospetto: come effluvio di mirra, come una vela mossa da un buon vento>>
<<La Morte è oggi al mio cospetto: come il corso d'un ruscello, come un uomo che torna a casa dalla galea>>>
<<La Morte è oggi al mio cospetto: come la dimora tanto agognata dopo anni di prigionia.>> .
Fu allora che compresi che non bisogna aver paura di morire.”.
Ailyn lo guardò, stupita dalla bellezza di quei versi. Stranamente la paura gli stava passando. Ora si vergognava di essersi bagnata.
L’ uomo sembrò intuirlo perchè le disse: “Non preoccuparti. Durante la battaglia di Amarath mi feci addosso ben di peggio quando i nemici attaccarono in massa il mio caccia interstellare.”. Sorrise e continuò: “Ma mi sono dimenticato di presentarmi. Mi chiamo Joshua e sto cercando l’assassino di mia moglie. Dopo che ti sarai cambiata mi dovresti accompagnare a casa di un uomo che si fa chiamare Gosh.”
“E’ una lunga storia.” disse Eloise con voce pacata “Cercherò di raccontartela brevemente, tra poco i tranquillanti cominceranno a perdere efficacia e dovrai essere di nuovo sedata.”.
”Voi mi avete ingannata!” urlò Lysa “Mi avete usata! E non pensate che io vi creda. E’ tutta una mascherata. Voi non potete essere una donna morta più di cinque secoli fa. Forse posso credere che un arkangel, ma voi…”.
“Calmati, ascoltala e capirai” le disse Raphael appoggiandole una mano sulla spalla. Lei tacque e si limitò a lanciare occhiate di furioso sdegno.
“Quando la guerra finì” proseguì la donna con calma “ mi resi conto che l’umanità rischiava di essere dominata da una tirannia. L’improvvisa unificazione di tutte le nazioni e l’energia controllata dagli scienziati avrebbe fatalmente portato ad una oligarchia. Tutti i modelli previsionali che elaborai indicavano che l’uomo non avrebbe potuto evolversi. Sarebbe fatalmente andato incontro all’ estinzione. Allora io e Raphael siamo ricorsi alla mia ultima invenzione: la macchina del tempo.”.
“Non è possibile viaggiare nel tempo!” la interruppe la ragazza.
“Non si può tornare indietro ma si può andare avanti” la corresse Eloise. Ora il suo sguardo si era fatto ancor più determinato mentre i ricordi affluivano nei suoi pensieri.
“E’ possibile trasmettere le ‘informazioni’ dei nostri corpi e ricostruirli in un probabile futuro. Esso diventerà reale nel momento stesso in cui si viene reintegrati e lo si osserva.
Ma lasciamo stare, per ora, la teoria. Quello che conta è che avevo ragione. L’umanità è sotto il dominio di un tiranno: Rouke. Egli governa usando la scienza e la religione, ma le tue scoperte possono distruggerlo. Ecco perchè ti dobbiamo proteggere. Per la prima volta esiste qualcuno la cui mente è simile a quella del santo Riemann e questo qualcuno sei tu.”.
Lysa cominciò a tremare violentemente, cercò di parlare ma dalle labbra le uscì solo un confuso borbottio. L’arkangel le appoggiò sul collo una pneumosiriga e le iniettò un cocktail di tranquillanti. La prese tra le braccia mentre sprofondava nell’ incoscienza e l’adagiò. Si assicurò che respirasse normalmente e controllò i suoi parametri vitali con un medisensor. Diede un ultima, lunga occhiata alla ragazza ed uscì dalla stanzetta mentre la parete si richiudeva alle sue spalle. Si sedette ad un tavolo e posò il trasmettitore che aveva preso con sé.
Guardò l’immagine di Eloise che si stabilizzava e disse: “Pensi che crederà alla storia del tiranno? E’ molto intelligente e potrebbe arrivare alla verità prima di quanto pensiamo. Presto si accorgerà che chi ha creato una macchina del tempo, doveva essere a conoscenza di ciò che lei crede di essere stata la prima a scoprire.”.
Lei lo guardò con durezza: “E’ necessario che lei non sappia ancora la verità. Ora dovrà addestrarsi per riuscire a controllare il suo nuovo corpo. Non avrà molto tempo per pensare e ci sarai tu per distrarla e fugare i suoi dubbi.”.
Raphael rimase in silenzio per un lungo momento poi sussurrò un nome: “Joshua”.
“Sì, ho saputo che Arakne lo ha trovato.” rispose lei, la determinazione nella sua voce sostituita da qualcos’altro, forse rimpianto “A differenza di noi è vissuto per più di cinque secoli. Probabilmente è diventato molto potente, era divorato dal desiderio di vendetta. Potrebbe addirittura essere impazzito, nessun umano è mai vissuto tanto a lungo. Dovrai stare molto attento.”.
L’arkangel esibì un sorriso malinconico: “Io l’ho crudelmente mutilato, gli ho inflitto un’eterna sofferenza e gli ho tolto la donna che amava. Quando ci incontreremo sarà lui che meriterà la vittoria.”.
“No!” fu la secca risposta “ Sono io che l’ho lasciato, io ho scelto di amarti. Se c’è una colpa allora è la mia colpa. Quando scoprirà che io non sono morta il suo odio si rivolgerà verso di me.”.
“Ah, Eloise,” la interruppe con tono appassionato “cessiamo di combattere. Vieni con me, ci troveremo un posto tranquillo. Dimentichiamoci del destino dell’ umanità. Guardati, stai invecchiando, tra poche decine di anni morirai. Che ne sarà di me allora?.”. Lei gli sorrise teneramente:” Capisco, sono già troppo anziana per te.”.
Una lacrima scese sulla guancia di Raphael: “ Sei bella come il primo giorno in cui ti vidi. Ed io ti amo così come allora. Ma ora sento che ci stiamo avvicinando allo scontro finale e temo per te. Io non sono più quello che ero in passato, non voglio più uccidere, non voglio più combattere. Il nostro amore mi ha cambiato, Eloise, temo di essere debole e di non poterti più difendere”.
Eloise allungò una mano quasi potesse toccarlo: “Non essere triste, ho compiuto la mia scelta molto tempo fa e non ne sono pentita. Proteggiamo la ragazza fino a quando non si compirà il suo destino. Dopo lascerò che lei conduca la sua lotta ed io ti seguirò, ovunque tu vorrai, te lo prometto amore mio.”.
Arakne cercò di ricordare quando erano stati distrutti gli arkangel. La risposta che le salì alla mente la fece esclamare: “Ma se tu hai combattuto con Raphael devi avere più di cinque secoli!”.
“597 anni per essere precisi” le disse Joshua mentre si dirigeva verso uno dei grandi armadi metallici, lo apriva e si rinchiudeva al suo interno.
La sua voce continuò a sentirsi anche se attuttita: “Eloise, quando mi ha ricostruito, mi ha reso in qualche modo simile ad un arkangel. Ha usato delle nanomacchine che continuano a ricreare i miei tessuti. Le protesi invece le ho cambiate e migliorate io stesso. Solo gli occhi sono ancora quelli che mi donò lei.”.
Uscì da quello che forse non era proprio un armadio e l’inquisitrice si stupì per l’ennesima volta. Il suo aspetto era completamente cambiato. Ora davanti a lei stava un ragazzo ventenne, dai folti capelli arruffati e l’espressione che ha generalmente chi passa il suo tempo sui libri: timida e sognante. Indossava l’uniforme da universitario: tunica blu e pantaloni dello stesso colore, sul braccio aveva un mantello.
Joshua proruppe in una strana risata, quasi folle: “A volte non ricordo nemmeno più qual’era il mio vero aspetto.”.
“Ora tu mi aspetterai qui” continuò in modo serio “Io andrò ad indagare e cercherò di scoprire dove si nasconde Raphael. Naturalmente non cercherò di affrontarlo, non sono, non siamo ancora pronti.”.
Si diresse verso una parete dove si aprì una porta. Prima di uscire si girò verso la stupefatta Arakne e disse: “Tu intanto ambientati, dev’esserci anche del cibo, da qualche parte. Dai anche un occhiata al funzionamento dell’armatura, trovi la descrizione nel computer.”. Prima che la ragazza potesse replicare se ne andò.
Decise di percorrere uno dei corridoi che lo avrebbe portato in uno stretto vicolo, a pochi isolati dallo strip-bar dove gli assassini avevano individuato la ragazza.
Appena fu all’ esterno indossò il lungo mantello, avrebbe celato la sua uniforme ma non del tutto. Pensava che così lo avrebbero scambiato per un ragazzo ricco che cercava un po’ di trasgressione. Quando arrivò al locale vide che mancava ancora più di un’ora all’apertura. Non se ne preoccupò, spinse con decisione la porta e la serratura saltò con un sordo rumore.
Entrò nel locale ancora in penombra e si guardò intorno. Vide che al bar c’erano tre uomini che conversavano animatamente, quello dietro al bancone alzò lo sguardo e gridò:“Ehi, guarda che siamo ancora chiusi!”. Non ci fece caso e si diresse verso di loro, in silenzio.
Il barman scrutò ben bene l’individuo appena entrato, dopo quello che era successo un paio di sere addietro si era fatto cauto. Stavolta si convinse che si trattava davvero di uno studente inoffensivo, bastava guardarlo in viso. Si decise:”Cazzo! Ma non sai leggere il cartello? Dice che siamo chiusi. Vattene stronzetto e torna più tardi.”.
Joshua continuò ad avanzare e si sedette su uno degli sgabelli, accanto ad uno dei due uomini, piuttosto grossi, probabilmente buttafuori. Studiò il viso del più vicino, attraversato da una vecchia cicatrice, sorrise, distolse lo sguardo e chiese: “Vorrei solo chiedervi un paio di informazioni”.
Il barman si scocciò: ”Sei stupido? O sei sordo? Ho detto che siamo chiusi. Esci ora con le tue gambe altrimenti dico hai ragazzi di sbatterti fuori.”. Poi vide gli occhi del ragazzo cambiare colore e si spaventò: “Ragazzi, buttatelo fuori, buttate fuori ‘sto stronzo!”. L’uomo sfregiato l’afferrò per un braccio e cercò di strattonarlo. Joshua lo guardò divertito:”Certo che al giorno d’oggi non esiste più l’educazione.”.
Il buttafuori sgranò gli occhi quando si accorse che non riusciva a spostare quel tipo di un solo millimetro. Si girò verso il suo collega gridando: ”Jeb! Fai attenzione non è…”.
Qualcosa gli tagliò la gola e la sua voce si spense in un gorgoglio. Il sangue schizzò sul bancone e il barista emise uno squittio spaventato. Jeb cercò di estrarre una pistola ma poi rinunciò, aveva bisogno di tutte due le mani per trattenere i visceri che gli uscivano dall’ addome squarciato. Aprì la bocca per urlare ma una lama lo colse sotto il mento e gliela richiuse, aprendosi la strada fino al cervello.
Cadde a terra, scalciò un paio di volte e poi si immobilizzò.
Joshua si appoggiò al bancone e fissò l’uomo rimasto vivo: “Ora vorrei che tu rispondessi ad un paio di domande.”.
Il barman credette di stare per svenire. Quello che l’aveva terrorizzato non era stata la morte dei due buttafuori. Era in quel giro da molto tempo e ne aveva viste tante: regolamenti di conti, pazzi scatenati, bande rivali. No, quello che lo aveva spaventato a morte era quello che era certo di aver visto. Quel tipo non aveva impugnato un coltello. Era stata la sua mano che si era trasformata in una lama.
Cercò di parlare ma non ci riuscì. Improvvisamente si trovò l’assassino di fianco, doveva aver scavalcato il bancone, così veloce che non l’aveva nemmeno visto.
Joshua prese una bottiglia di vodka e ne versò un po’ in un bicchiere che porse al barista: “Bevi.”. Aspettò che finisse, il liquore gli sfuggì in parte lungo il mento. Gli riprese il bicchiere dalla mano tremante e glielo riempì nuovamente. Attese che terminasse la seconda bevuta poi gli appoggiò una mano sulla spalla: “Ora risponderai alle mie domande, vero?.”
Ailyn entrò dal retro, si cambiò negli spogliatoi indossando la sua esigua uniforme. Tra poco avrebbe cominciato a servire ed intrattenere i primi clienti. Più tardi sarebbero arrivate le altre ragazze e la nottata sarebbe entrata nel vivo.
Sospirò, era stanca di quel lavoro, ma la pagavano bene e lei aveva una figlia da mantenere. Avrebbe stretto i denti e continuato, magari un giorno sarebbe arrivato un uomo che si sarebbe innamorata di lei e l’avrebbe sposata. Rise tra sé pensando all’ improbabilità di un tale evento ed entrò nel locale usando la porticina di fianco al bar.
Si accorse che stava calpestando qualcosa di appiccicoso e imprecò sottovoce. Probabilmente qualcuno aveva già vomitato ed a quest’ora sarebbe toccato a lei ripulire.
Guardò meglio e vide che stava calpestando qualcosa che aveva uno strano colore iridescente. Non capì subito, pensò a del lattex bagnato, forse un attrezzo di scena.
Alzò un po’ lo sguardo e vide che quel qualcosa fuoriusciva dal ventre di un uomo steso a terra. Rialzò la testa di scatto quando comprese che stava guardando l’intestino di un uomo. Sul bancone la testa di Jeb la fissò con gli occhi sgranati. Aprì la bocca per gridare, annaspò e riuscì solo a produrre un suono rauco.
“Ti chiami Ailyn, giusto?” le disse Joshua.
La donna lo guardò, era appoggiato al bancone, dall’altra parte vide il barman inchiodato al muro, una sbarra di ferro lo trapassava.
Ailyn sentì un liquido caldo che le colava lungo le gambe tremanti,
Joshua vide la pozza di urina allargarsi ai piedi della cameriera e se ne dispiaque. Non aveva intenzione di spaventarla e fu con voce triste che le disse: ”Mi dispiace infinitamente, a volte mi dimentico che la morte può sembrare spaventosa. Ma ti assicuro che non hanno sofferto più del necessario. Ho solo fatto un po’ di messinscena per la polizia, così penseranno ad un regolamento di conti tra bande rivali.”.
Si avvicinò alla donna quando capì che stava per svenire, la sorresse e la prese in braccio.
La portò fino ad un piccolo divano e la depositò, allontanandosi di un paio di passi.
“Sai,” le disse con voce tranquilla “molto tempo fa ho letto un bellissimo poema epico. La protagonista era la Morte e suo fratello Sogno. Mi ricordo alcuni versi:
<<La Morte è oggi al mio cospetto: come il sollievo per l'ammalato, come un giardino in fiore dopo la malattia.>>
<<La Morte è oggi al mio cospetto: come effluvio di mirra, come una vela mossa da un buon vento>>
<<La Morte è oggi al mio cospetto: come il corso d'un ruscello, come un uomo che torna a casa dalla galea>>>
<<La Morte è oggi al mio cospetto: come la dimora tanto agognata dopo anni di prigionia.>> .
Fu allora che compresi che non bisogna aver paura di morire.”.
Ailyn lo guardò, stupita dalla bellezza di quei versi. Stranamente la paura gli stava passando. Ora si vergognava di essersi bagnata.
L’ uomo sembrò intuirlo perchè le disse: “Non preoccuparti. Durante la battaglia di Amarath mi feci addosso ben di peggio quando i nemici attaccarono in massa il mio caccia interstellare.”. Sorrise e continuò: “Ma mi sono dimenticato di presentarmi. Mi chiamo Joshua e sto cercando l’assassino di mia moglie. Dopo che ti sarai cambiata mi dovresti accompagnare a casa di un uomo che si fa chiamare Gosh.”




pagato ben 9 euro
è uno dei migliori fantasy fra quelli da me letti.
"Una strada sterrata e stretta, insidiata da felci e sovrastata da liane che pendevano dai rami degli alberi, si dipanava davanti a loro come un filo teso al centro esatto del bosco."

