domenica, 13 aprile 2008
“Bene” fu l'allegra risposta “forse mi farete vedere qualche nuovo colpo. Userò solo la spada, ho notato che la ferita al braccio vi dà ancora  noia e penso che non possiate usare la daga. Io abitualmente combatto impugnando un ascia nella sinistra, il mio maestro...”.
“Come vuoi,” lo interruppe bruscamente il guerriero “assaltami pure  con le armi che preferisci.”.
Galhad si lanciò all' attacco e cominciò a portare colpi con ardore, senza smettere di parlare: “Vedete signore, questa è la tecnica della foglia cadente, insegnatami dal capo delle guardie, messer Gohan, forse il più abile spadaccino vivente. Ah ma vedo che la conoscete! Dovrò quindi rispondervi col colpo dell'airone in volo. Mirabile parata, dunque anche questo colpo non ha segreti per voi.”.
Asher si limitò a parare con metodo, notando che il suo avversario era davvero bravo; per un momento immaginò quando avrebbe riportato al padre la testa del figlio.  Si sarebbe goduto il dolore di Morgar e poi lo avrebbe ucciso, non avrebbe avuto nessuna pietà per quell'uomo che aveva distrutto la sua vita, che aveva torturato la donna che amava.
Decise di passare all'attacco, la spada improvvisamente parve acquistare una propria vita, guizzò rapida e quasi penetrò l' istintiva difesa del ragazzo.
Continuò a tempestarlo di colpi, lasciando che l'odio accrescesse la sua furia. Ora il suo avversario taceva, grosse gocce di sudore gli imperlavano la fronte ed il respiro cominciava a farsi affannoso.
Negli occhi azzurri del giovane cominciò ad affacciarsi la disperazione mentre iniziava a capire che non avrebbe resistito per molto. Un fendente del guerriero lo costrinse ad arretrare di colpo e la punta della nera  lama gli tagliò la fronte sopra al sopracciglio sinistro. Il sangue lo accecò, cercò di pulirsi gli occhi con l'avambraccio e di fare un altro passo indietro, inciampò e cadde.
Asher gli fu sopra ed alzò la spada sorridendo, l'ira lo pervadeva ed ora l'avrebbe appagata uccidendo il figlio del suo nemico.
“No Asher!”, il grido di Ariel gli impedì di portare il colpo, si volse a guardare e la vide, appoggiata  alla ruota del carro, con il viso stravolto da  qualcosa che non riuscì subito a definire, poi capì: era orrore, lei era inorridita da quello che lui stava per fare.
“Ti prego” continuò la ragazza “non lo uccidere. E' solo un ragazzo, perchè?”.
Lui abbassò la spada, toccando con la punta la gola del giovane: “E' il figlio dell' uomo che mi ha tradito, che ha massacrato i miei amici. Suo padre ha distrutto la mia vita e quella  della donna che amo. Ora ho l'occasione di ripagarlo, anche se in minima parte.”.
Galhad lo guardò con stupore e disse:”Non ho paura di morire ma quel che dite non può essere vero. Mio padre è un uomo di pace, non ha mai ucciso nessuno, ha sempre aiutato chi si è rivolto a lui per bisogno. Voi siete pazzo.”.
La fanciulla intanto si avvicinò  zoppicando, il viso arrossato dal dolore, mise una mano sul braccio di Asher e lo sentì tremare per la tensione.
“Non capisci” le sussurrò il guerriero “suo padre ha crocefisso tua madre, deve morire.”.
“Non so chi fosse mia madre,” rispose lei mettendosi davanti ed afferrando la lama della spada “ e non so come fai a saperlo tu. Ma non ti permetterò lo stesso di ucciderlo, se c'è una colpa non è sua. Ti prego Asher, hai detto che sei mio amico, ti prego non ucciderlo.”.
Lui fissò stupefatto il sangue della ragazza che colava dalla mano lungo la nera lama e disse a bassa voce: “Lascia la lama Ariel, è acciaio veniriano, ti mozzerà le dita. Non lo ucciderò, te lo prometto, ma lascia la spada.”.
Lei aprì la mano e cadde  in ginocchio, improvvisamente priva di forze.
Il guerriero piantò la spada a terra e si chinò sollevando tra le braccia la sacerdotessa e riportandola verso il carro dove i due vecchi attori, risvegliati dal trambusto,  li guardavano stupiti.
“Preparate una benda” li apostrofò “ la ragazza si è ferita una mano.”.
La donna sparì subito all' interno del carro per poi uscirne con una leggera pezza di lino e dell' unguento, che spalmò sulla ferita prima di fasciarla.
Intanto Galhad si alzò lentamente, sentiva la ferita bruciare ma doveva essere poco  più che un graffio visto che aveva smesso di sanguinare.
Ripensò alle parole di quel pazzo che stava per ucciderlo e decise che si era trattato sicuramente di un equivoco, conosceva bene suo padre e la sua bontà d'animo.
Rinfoderò la spada e si avvicinò al carro, vide che la donna aveva finito di curare la fanciulla ed il guerriero le stava chiedendo se i tendini fossero intaccati.
L'attrice lo rassicurò dicendo che il taglio si sarebbe rimarginato senza conseguenze e poi guardò il ragazzo dicendo: “Occorre una fasciatura anche per voi, giovane signore, sedetevi qui accanto alla ruota, prenderò altra stoffa.”.
Dopo alcuni minuti una bianca benda cingeva la fronte del ragazzo che  si era lavato via il sangue dal viso usando l'acqua di un'otre.
Improvvisamente sentirono la voce spaventata di Jacobus: “Stanno arrivando dei cavalieri!.”.
“Vengono per la ragazza.” disse Asher bruscamente, poi si volse verso Galhad e disse: “Ho bisogno del tuo aiuto per difenderla, lei ti ha salvato la vita, ricordalo.”.
“L'avrei aiutata comunque,”  rispose, un po' risentito “ ma perchè la cercano? Chi siete voi?”.
“Non c' è tempo per le spiegazioni, indossa la cotta e prendi l'ascia.  Dal polverone che sollevano direi che stanno galoppando. Bene, tra poco vedremo se sei un vero guerriero.”.
Il ragazzo si infilò velocemente la maglia d'acciaio, impugnò la spada e un'ascia da combattimento, con una lama a mezzaluna ed uno spuntone acuminato.
“Fuggite,” disse rivolto agli attori ed a Ariel “noi cercheremo di fermarli.”.
“No,” esclamò seccamente Asher “ sembrano almeno una dozzina, se facciamo come dici una parte di loro ci impegnerà mentre gli altri raggiungeranno il carro. Dobbiamo rimanere tutti qui ed impedire che la prendano.”. Il ragazzo annuì, suo malgrado, e capì di aver detto una stupidaggine; arrossì pensando che la ragazza doveva ormai considerarlo uno stupido inetto.
Il guerriero sembrò avergli letto nella mente, impugnò la spada e la daga e gli disse:”Non temere tra poco avrai l'occasione di dimostrare il tuo valore. Stammi vicino, cerchiamo di proteggerci la schiena a vicenda.”.
“Forse le loro intenzioni non sono cattive” disse Jacobus con voce tremante. Ma non non doveva essere  troppo convinto perchè impugnava una daga, anche Gertrude sfoggiava un paio di lunghi coltelli.
Ariel invece si appoggiava ad una ruota del carro, pallidissima ma con un'espressione determinata, quasi feroce.
Aspettarono in silenzio finché i cavalieri giunsero al galoppo, erano una quindicina ed indossavano leggere armature d'acciaio, nere così come i loro vestiti e cavalli. Non portavano nessuna insegna od emblema ed i loro semplici elmetti avevano la celata abbassata.
Uno di loro, che aveva una sottile striscia dorata tutt'intorno all'elmo, si fece avanti e disse, con una strana voce stridente: ”Dateci la sacerdotessa di Dagon e vi lasceremo andare per la vostra strada. Se vi opporrete vi uccideremo come cani.”.
Asher rise e rispose allegramente: “Siete troppo pochi per poterci minacciare, comunque potete anche provare a prenderla, sarete un ottimo pasto per gli avvoltoi. “.
L'uomo in nero  parve sibilare come un serpente ferito, diede di sprone al cavallo spingendolo verso il guerriero, che si spostò di lato menando un terribile colpo alle gambe posteriori dell'animale,  che cadde rovinosamente.
Il cavaliere si rialzò fulmineo, ma la daga di Asher lo colse appena sotto l'orlo dell'elmo e lo fece crollare  nuovamente a terra.
I suoi compagni parvero esitare mentre Galhad chiedeva, stupefatto: “Lei è davvero la sacerdotessa di Dagon?”.
“Sì” rispose il guerriero “ ed ora preparati a combattere per la sua vita.”.
I cavalieri parvero riscuotersi e si lanciarono verso di loro.
Gertrude lanciò un coltello che ne colpì uno alla gola disarcionandolo, ma un cavallo le si avvicinò di lato ed una spada le calò sulla testa spaccandole il cranio ed uccidendola.
Asher abbattè una seconda cavalcatura  e con un fendente mozzò una gamba ad un avversario, poi si girò fulmineo per affrontare il cavaliere caduto che, rialzatosi, lo attaccò brandendo un paio di asce.
Jacobus, gridando frasi sconnesse, sconvolto dalla morte della moglie, piantò la daga nella coscia di un cavaliere e cadde con il petto squarciato da un colpo di mazzafrusto.
Il ragazzo era riuscito ad atterrare un avversario e lo aveva ucciso con un colpo d'ascia che aveva infranto la celata ed il viso sottostante. Si era girato, colpendo  un  cavaliere all' inguine con la punta  della spada in un disperato affondo. Ma non era stato abbastanza veloce da evitare un terribile fendente che gli aveva tagliato la cotta aprendogli una larga ferita sulla schiena.
Era riuscito a rimanere  in piedi ed a parare un colpo dall'alto con la spada, restituendolo con l'ascia che aveva tranciato un piede e la staffa  in cui era infilato.
Poi era stato colpito ad una spalla  e subito dopo la punta di una spada gli si era infilata nel fianco destro facendolo stramazzare al suolo, immobile.
Asher aveva abbattuto altri due cavalieri ed ora era  circondato da una mezza dozzina che stavano per aggredirlo contemporaneamente, pensò che fosse finita ma almeno un paio li avrebbe spediti agli inferi.
“Yigg noh ashrag Dagon...” le parole nell'antica demoniaca lingua echeggiarono in tutta la loro potenza. Tutti si volsero a guardare la ragazza che le pronunciava con una voce che nulla aveva di umano. I suoi capelli sembravano scompigliati da un folle vento ed i suoi occhi splendevano di una verde ed intensa luce. Il suo corpo era avvolto da un alone luminoso ed attorno alle sue mani danzavano fiamme azzurrine.
Il guerriero gridò: “No, Ariel, non lo fare, non invocare...”.
Ci fu uno schianto immane, ad Asher sembrò di essere avvolto dalle fiamme del sole poi calò l'oscurità.
Rinvenne sentendosi come se fosse stato preso a calci da un' intera compagnia di soldati.
Guardò l'altezza del  sole e capì che non doveva essere rimasto a lungo privo di sensi. Dei cavalieri rimanevano solo le corazze, le armi, le vesti e le bardature dei cavalli. I corpi degli uomini e degli animali erano scomparsi. Scosse la testa e si diresse a fatica verso il carro, Ariel giaceva a terra, la paura lo invase, pensò al peggio. Si chinò e sospirò per il sollievo, la ragazza respirava. La sollevò con delicatezza e la sdraiò all' interno del carro, avrebbe recuperato le forze lentamente, lo sforzo doveva essere stato terribile.
Prese un otre e si versò l'acqua sulla testa, lavando via il sangue e la polvere. Cercò i due attori, vide che erano morti quasi all' istante, erano stati più coraggiosi di quanto si fosse aspettato.
Non aveva tempo per seppellirli, li portò vicino all'albero, forse qualcuno sarebbe passato e si sarebbe preso cura di loro. Pensò che dopotutto avrebbe comunque annunciato al suo nemico la morte del figlio, si diresse dunque verso il ragazzo, per portarlo accanto ai due vecchi attori.
Con sorpresa si accorse che era ancora vivo, rimase un momento pensieroso poi, con un sospiro, se lo caricò in spalla e lo portò verso il carro.
Lo adagiò accanto alla ragazza e gli tolse la cotta e le vesti, esaminando le ferite. Quella sulla schiena andava ricucita, ma era meglio di quanto avesse creduto vedendo lo strappo nella cotta, anche la spalla non era messa troppo male.
Invece la  ferita al fianco era profonda ed aveva sanguinato abbondantemente, forse si trattava di un colpo mortale. Comunque fasciò il torace del giovane usando l'unguento che Gertrude aveva applicato alla mano della  ragazza, pensò che male non avrebbe fatto, del resto il ragazzo era nelle mani degli dei, loro avrebbero deciso della sua vita o della sua morte.
Ora doveva pensare a  cosa avrebbe fatto, Zelana aveva ragione: troppe forze erano in gioco e da solo non sarebbe riuscito a salvare Ariel.
Prese una  decisione: sarebbe andato alle grotte di Alandhar ed avrebbe cercato l'aiuto della strega che lì aveva la sua dimora.
In fin dei conti sua sorella sarebbe stata contenta di rivederlo, o almeno non troppo arrabbiata.
postato da: Valberici alle ore 13/04/2008 20:36 | Permalink | commenti (21)
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venerdì, 21 marzo 2008
di roba scritta da me medesimo ovvero la sesta parte del racconto

“Io sono Cayrin” gli rispose, esitando prima di pronunciare il suo nuovo nome, e poi rimase zitta, sentendosi stupida a non trovare le parole.
Ma lui le sorrise e le  porse la mano dicendo:”Venite mia signora, ho saputo del vostro incidente, vi aiuterò, ecco, così, appoggiatevi a me.”.
Lasciò che la prendesse in braccio, il suo viso assunse il colore di una melanzana quando lui la portò vicino al fuoco facendola sedere su un piccolo sgabello, che i due attori avevano scaricato dal carro, ed accomodandosi a sua volta su un sasso, a poca distanza.
Fu grata alla notte che era ormai scesa, sperò che il suo rossore fosse scambiato per il riverbero delle fiamme del fuoco e si arrabbiò con se stessa. Non riusciva a capire come mai si fosse sentita così disorientata quando aveva visto quel cavaliere, ora che lo guardava meglio le sembrava poco più di un fanciullo. Comunque la sua doveva essere una famiglia ricca e potente, la spada che aveva al fianco era di ottima fattura con l'elsa ingioiellata, la cotta di maglia d'acciaio ricadeva morbidamente rivelando di esser stata forgiata da un maestro armaiolo. I pantaloni erano di ottimo cuoio, così come gli stivali, e la sopravveste era di un ricco tessuto color rosso, con al centro lo stemma delle guardie reali di Yagghor: un cavallo nero impennato su sfondo bianco.
Legato all'albero c'era un bel destriero grigio da guerra ed anche alla sola luce del fuoco si intuiva che doveva valere svariate monete d'oro.
Sentì che Jacobus si stava informando sulle possibilità che avrebbero avuto a corte e si fece più attenta, forse avrebbe davvero potuto viaggiare in loro compagnia.
“Mio giovane signore” stava dicendo l'attore “ voi che siete così ben introdotto potreste certamente, se così vorrete, raccomandarci presso il vostro genitore, che spero benevolo nei confronti di una povera ma rispettabile compagnia itinerante. Noi potremmo esibirci per le vostre truppe o per i vostri servi, donando loro un po' di svago.”.
Galhad sorrise e rispose: “Io ho poca dimestichezza con la corte, mio padre mi ha fatto addestrare come guardia fin da bambino, ed è per questo che un mese fa ho potuto assumere servizio. Però egli è  un uomo di grande bontà e non ha mai rifiutato un aiuto, se poi glielo chiedo io state sicuri che vi farà esibire davanti al sovrano.”.
A quelle parole Gert quasi rovesciò la pentola che stava mettendo sul fuoco, unendosi poi al marito nel ringraziare il giovane lodando la sua gentilezza.
Lui si schermì e, guardando Ariel,  disse:”Naturalmente spero che voi siate guarita e  possiate esibirvi, sarei felice di ammiravi mentre recitate. Ma ora permettetemi una domanda: vi piace danzare ?”.
Lei rimase ancora una volta sorpresa ma stavolta replicò con sufficiente disinvoltura: ”Naturalmente signore, tra le molte cose che si richiedono ad una attrice c'è anche la conoscenza della danza. Ma perchè me lo chiedete?”.
“Quando giungeremo alla capitale” le rispose sorridendo “mancheranno pochi giorni all' inizio dell'estate. Voi sarete la mia dama durante il grande ballo che si terrà a palazzo dopo i festeggiamenti al tempio di Mitra.”.
Sentendo il nome  del dio a cui sarebbe stata sacrificata, la fanciulla sentì rinascere la disperazione e la tranquilla spensieratezza del cavaliere la fece arrabbiare. L' alterigia che era appartenuta alla Gran Sacerdotessa ritornò prepotentemente e la fece rispondere con durezza: “E cosa vi fa pensare che io voglia ballare con voi? Non vi sembra di correre un po' troppo? Ci conosciamo da pochi minuti e già voi volete decidere cosa farò quando arriverò in città.”.
Questa volta fu il giovane ad arrossire, lo sguardo furente di quegli occhi dorati gli provocò un brivido lungo la schiena, per un istante gli parve che la ragazza fosse invecchiata e risplendesse all' interno di una aura di potere. Poi si riscosse sentendo le scuse dei due vecchi attori che gli spiegavano che la loro figliola ultimamente non era stata bene, e forse non sempre sapeva con chi stava parlando.
“Scusatemi,” le disse con voce grave “mi dispiace, capisco che vi ho mancato di rispetto, ma ci terrei davvero a danzare con voi. Come vi ho già detto siete  molto bella ed io...”.
Non finì la frase, interrotto dal rumore degli zoccoli di un cavallo, si alzò in piedi di scatto sguainando la spada e si mise tra Ariel e l'oscurità dalla quale proveniva il suono.
Per un lungo momento nessuno parlò o si mosse, la tensione raggiunse il culmine quando dalle tenebre emerse un massiccio cavallo montato da un uomo avvolto in un nero mantello.
“Chi siete?” chiese rudemente  il giovane alzando la spada e rivolgendo  la punta verso quell'oscura apparizione.
“Metti giù la spada ragazzino” disse una voce profonda “non voglio farti del male, vorrei solo asciugarmi accanto al fuoco.”.
Galhad, infastidito dal tono sprezzante, stava per rispondere quando lo sconosciuto aprì il mantello e si udì il grido di Ariel: “Asher! Sei tu, lo sapevo che saresti arrivato!”.
Il guerriero le sorrise divertito dicendo: “E così ragazzina pare che vi ricordiate il mio nome. Del resto io mi ricordo il vostro signorina Cairyn.”.
Per un attimo la sacerdotessa rimase confusa poi capì che aveva detto il vero nome del suo amico e balbettò:”Ecco, io non pensavo che tu. Insomma, sei sbucato così all'improvviso.”.
Intanto il giovane cavaliere aveva abbassato la spada assistendo stupito allo scambio di battute.
Fu Gertrude che diede una spiegazione improvvisando: “Nobile cavaliere, quest'uomo è un mercenario che abbiamo assunto per proteggerci, come sapete le strade sono pericolose di questi tempi. Al traghetto ci aveva lasciati per risolvere una piccola disputa in seguito ad uno sfortunato lancio di dadi all'osteria, ma vedo che ora ci ha raggiunti sano e salvo.”.
Il ragazzo si rilassò e rinfoderò la spada, non del tutto persuaso dalla  spiegazione ma rassicurato dal vedere che la ragazza ed i suoi genitori parevano conoscere quel soldato di ventura.
Lo guardò smontare e gli parve che il braccio sinistro fosse un po' rigido, forse la disputa doveva essere stata più aspra del previsto, in ogni caso quello era un uomo pericoloso, lo avrebbe tenuto d'occhio.
Asher legò il cavallo al carro, lo dissellò e poi si avvicinò al fuoco sedendosi a terra a fianco di Ariel che gli sussurrò: “Cosa è successo, hai visto Zelana?”.
“Si” bisbigliò lui in risposta “diciamo che abbiamo discusso e poi abbiamo preso una decisione, ma ne parleremo domani, ora  mangiamo e non facciamo insospettire troppo il signorino.”.
Dopo che Galhad si fu presentato al guerriero, ed ebbe ricevuto in risposta un grugnito di assenso, la cena si svolse quasi in silenzio. Jacobus stappò un paio di bottiglie di vino ed anche Ariel ne bevve un sorso sentendo subito dopo la testa che girava, così appena  finita la sua porzione di coniglio si fece portare al carro da Asher che poi si riavvolse nel suo mantello e si sedette appoggiandosi ad una delle ruote.
Il cavaliere ed i due attori conversarono ancora per un po' discutendo su quale sarebbe stata la strada più corta per raggiungere i monti Ibra. Infine il giovane aggiunse alcuni rami secchi al fuoco, prese un mantello da una  delle bisacce che, assieme alla sella, aveva appoggiato accanto all'albero, slacciò il cinturone con appesa la spada e lo appoggiò al tronco, si tolse la sopravveste e la cotta di maglia, poi si sdraiò mentre i due vecchi coniugi si ritiravano nel carro.

Il sole era appena sorto ed Asher stava guardando il ragazzo che si esercitava con la spada. Era piuttosto bravo, si muoveva veloce e pareva avere un'ottima tecnica, del resto se lo era aspettato quando aveva visto che l'elsa della spada, a dispetto della sua bellezza, appariva consunta dall' uso. Anche la mano che aveva preso la tazza del  caffè, preparato ed offerto dal guerriero, era indurita e ricoperta da calli che solo chi si era esercitato per anni con le armi poteva avere.
Improvvisamente il ragazzo si fermò e disse: “Signore, volete scambiare due colpi di spada con me?  Mi piacerebbe esercitarmi con un avversario e voi mi sembrate un esperto spadaccino, un po' di movimento farà bene ad entrambi, che ne pensate?.”.
“Quando combatto” fu la pacata risposta “ è sempre una questione di vita o di morte. Ti ringrazio ma non sono abituato a duellare per esercizio o divertimento.”.
Il ragazzo rise e disse:”Anche mio  padre mi ha sempre detto che usare la spada significava dare o ricevere la morte. Lui ora è un uomo di pace e non impugna più nessuna arma da lungo tempo, all'inizio era anche contrario che io diventassi un cavaliere. Mi diceva che dalla violenza non deriva mai nulla di buono.”.
“Tuo padre è certamente un saggio” rispose Asher tranquillamente “e forse avresti fatto meglio a seguire i suoi consigli.”.
Galhad lo  guardò con curiosità e replicò:”Strano che un simile discorso lo faccia un uomo come voi, si vede che siete abituato alla battaglia. Io non ho mai afffrontato un vero combattimento, mi piacerebbe avere la vostra esperienza ma fino ad ora mi son solo esercitato con i maestri d'arme delle guardie. Sapete, mio padre quando aveva la mia età fu battuto da una ragazza, spesso mi ripete la frase che disse quella spadaccina al suo migliore amico: “Combattere per la vita è molto diverso da quelle stupide danze che fate con i vostri maestri d'armi, sei sicuro di saperlo fare?.”.  Ormai la so a memoria dalle tante volte che mi ha ammonito ad essere prudente ricordandomela.”.
Asher lo guardò intensamente mentre  l'azzurro dei suoi occhi si incupiva: “Come  hai detto che si chiama tuo padre?” chiese con voce piatta.
“E' il  maestro di palazzo del re” rispose il ragazzo un po' intimidito da quell'occhiata penetrante “non l'avevo detto ma si chiama Morgar.”.
Un sorriso crudele e terribile apparve sul volto del guerriero che prese la lunga  spada e disse: “Credo che mi sia venuta voglia di scambiare due colpi con te ragazzo.”

postato da: Valberici alle ore 21/03/2008 00:02 | Permalink | commenti (20)
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sabato, 15 marzo 2008
(ovvero a richiesta di Thirrin ) ecco un'altro pezzo del racconto...che sta ormai diventando un romanzo.

“Ho letto la profezia,” fu la sua risposta “il gran sacerdote venne da me e  mi portò nella cripta  sotterranea dove sono custodite le tavole di Skelos. Sapevo che non ti  avrebbero uccisa, la madre doveva sopravvivere, così era scritto.”.
Lei rimase per un lungo momento in silenzio poi disse: “Aiutami ad alzarmi e portami a quella specie di locanda, devo fasciarmi la ferita.”.
Asher si rialzò e le tese la mano che lei afferrò rimettendosi in piedi, poi le cinse la vita con un braccio sorreggendola ed accompagnandola fino ad una delle sedie, sulla quale lei si lasciò cadere con una smorfia di sofferenza. Ritornò in strada e raccolse le armi appoggiandole su di un tavolo, entrò nell' osteria e ne uscì con una brocca di vino. “Dovrò tagliarti la gamba del pantalone” le spiegò “e  lavarti la ferita. Poi la fascerò usando la stoffa che ho avanzato quando ho bendato la caviglia di Ariel.”.
“E' ferita?” gli chiese lei bruscamente “Cosa le è successo? E l'hai lasciata andare ugualmente?”.
“Non preoccuparti” l'interruppe cominciando a tagliare la stoffa dei calzoni “si è solo distorta una caviglia, l'ho lasciata in compagnia di due attori girovaghi, due brave persone, ora è sul loro carro. Ora ti curo  e poi cercherò di raggiungerla.”.
Finì di lacerare il pantalone e versò il vino, le  mani gli tremarono un poco quando pensò a cosa significasse la cicatrice sul ginocchio.
Lei sembrò intuire i suoi pensieri e disse: “Sono sopravvissuta solo grazie agli oscuri poteri dei sacerdoti, ero quasi morta e senza l'intervento del dio non avrei mai potuto piegare ancora le ginocchia o impugnare una spada. Quando sono guarita volevo venire a cercarti, chiesi di te e mi dissero che eri morto, ucciso mentre cercavi di scappare sulla strada per il nord. Invece eccoti qui e guarda come ti sei ridotto: un volgare assassino da strada, tu che avresti potuto conquistare un impero“.
Lui per un po' non disse nulla poi, iniziando a fasciarla, cominciò a ricordare il passato con voce tranquilla che contrastava con il dolore che traspariva dal suo viso:” Quando ho saputo che eri stata tu che avevi svelato il mio piano d'attacco al re di Yagghor ho capito che la profezia si stava  compiendo. Allora ho portato nostra figlia al Gran Sacerdote di Dagon rinunciando ad oppormi al destino, poi ti ho consegnata alle guardie e me  ne sono andato. Avevo perduto il tuo amore e non sopportavo l'idea di rimanere e vedere nostra figlia crescere ed andare incontro al suo terribile fato. Sono andato al nord e mi sono arruolato come mercenario, ho provato a morire molte volte, ho guidato gli assalti e coperto le ritirate ma gli dei mi hanno sempre risparmiato. Col tempo sono salito di grado, ho comandato un'armata ed il mio nome ispirava terrore poichè i miei uomini ed io stesso non conoscevamo pietà.”.
“Eri dunque tu” lo interruppe Zelana “ colui che chiamavano 'Asher lo sterminatore', lo avrei dovuto capire dal nome, era quello del padre di tuo padre vero?”.
“Si,” continuò lui “così ero chiamato e per  anni ho vissuto combattendo e schiacciando i nemici di chi mi pagava. Infliggere il  dolore ed  uccidere sembravano calmare la mia sofferenza ma un giorno il desiderio di rivedervi mi ha sopraffatto e così sono tornato. In città ho offerto i miei servigi come assassino, un mestiere che dopotutto conoscevo bene, ed intanto cercavo un modo per rivedervi.
Molte volte mi sono recato al tempio e ti ho guardata mentre accompagnavi la portantina su cui si trovava nostra figlia, ma lei era all'interno nascosta agli occhi della gente, per questo quando mi hanno dato il ritratto non l'ho riconosciuta. Solo quando ho visto i suoi occhi ho compreso. Credevo che si trattasse solo di un lavoro ben pagato, ormai avevo deciso di andarmene, avevo capito che ero stato uno stupido a pensare che se vi fossi stato vicino sarebbe potuto cambiare qualcosa. Invece gli dei mi  hanno permesso di salvare la nostra bambina ed ora so che devo continuare a proteggerla.
Ecco, la tua ferita è sistemata, ora devo andare, cercherò di attraversare il fiume aggrappandomi al cavallo se gli dei vorranno riuscirò a raggiungere la riva opposta.”.
“E cosa pensi di fare quando la raggiungi,” disse  lei con amarezza “forse tu sei solo lo strumento del fato, colui che l'accompagnerà sana e salva fino alla pira su cui sarà bruciata. Appena riuscirò a salire a cavallo ti seguirò e la riporterò indietro ma ora ascoltami. Ci sono in gioco più forze di quanto tu non sappia, sicuramente hai capito che chi ti ha assoldato non fa parte del tempio e quei cadaveri dimostrano che anche una terza fazione è in gioco. Vai da lei dunque e proteggila ma stai attento perchè a molti non interessa affatto riportarla indietro ma credono che basti ucciderla per porre termine all'avvento di Dagon.”.
“Farò tutto quello che posso” le rispose “ e la riavrai, le profezie possono essere interpretate in molti modi e se alla fine il dio reclamerà una vita non è detto che sia la sua.”
Lei annuì e gli  fece cenno di avvicinarsi dicendo: “Fammi vedere la ferita al braccio.”.
Lui si avvicinò e le  si inginocchiò davanti porgendole il vino e la stoffa rimasta, Zalena lo medicò in silenzio ed alla fine lo fece rialzare dicendo: “Non credere che io ti abbia perdonato o che il mio odio per te sia diminuito, però ti voglio credere, devo crederti, forse puoi davvero fare qualcosa per lei.  Ma quando tutto sarà finito ti ucciderò.”.
Asher non rispose e cominciò a prepararsi all'attraversata, fece un fagotto con le armi, il corpetto e la cotta di maglia e lo legò strettamente sulla sella,  prese le  redini e cominciò a dirigersi verso il fiume.
“Aspetta!” lo richiamò Zelana “Ti ha parlato di me Ariel? Cosa ti ha detto?”.
Lui si fermò  e senza girarsi rispose: “Ha detto che sei una donna molto determinata.” poi continuò fino  alla riva ed entrò in acqua aggrappandosi ad una staffa.
Appena l'uomo e l'animale non toccarono più terra la corrente li travolse e li trascinò velocemente verso valle mentre loro lottavano per avanzare mantenendo una diagonale.
In poco tempo sparirono alla vista della donna che mormorò:”Oh dei vi prego aiutatelo a salvare la mia bambina.” ed una lacrima le scese giù lungo la guancia, subito asciugata con rabbia.

Cominciavano a calare le prime ombre della notte ed Ariel rifletteva su tutto quello che le era capitato dopo la fuga. Il lento dondolio del carro le  trasmetteva uno strano senso di sicurezza e si sentiva quasi in pace mentre ascoltava le voci di Jacobus e di sua moglie Gertrude che conversavano. Erano stati gentili con lei e non le avevano fatto troppe domande anche se intuiva che erano curiosi e preoccupati. La donna aveva spalmato un unguento sulla sua caviglia dicendole: “Lo usavo spesso con mia figlia, lei era una brava acrobata ma ogni tanto voleva  strafare.”.
Aveva capito da come ne parlava al passato che ormai la considerava perduta per sempre, invece suo marito pareva non rassegnarsi e parlava del giorno in cui sarebbero tornati a riprenderla.
Le sarebbe  piaciuto aver avuto un padre ed una madre come quelli, veramente si sarebbe anche accontentata di un qualunque paio di genitori. Invece i suoi non li aveva mai conosciuti ed  era stata allevata dalle sacerdotesse di Dagon, che la trattavano con un misto di deferenza e timore, solo il Gran Sacerdote e la terribile Zelana osavano contraddirla e punirla.
Rabbrividì quando immaginò l'ira del capo delle sue guardie, quella donna le aveva sempre fatto paura, l'aveva vista compiere azioni di una crudeltà  disumana.
Sperò che Asher le fosse sfuggito e riuscisse  a raggiungerla, quando l'aveva nuovamente presa in braccio la paura l'aveva improvvisamente  abbandonata e per la prima volta si era concessa di sperare. Era felice che lui fosse suo amico, anche se non approvava il modo con cui uccideva, con indifferenza. Aveva visto troppa gente morire al tempio, sacrificata dai sacerdoti, ed  ora non riusciva più ad accettare la morte e la sofferenza. E questo era uno dei motivi che l'avevano spinta  a ribellarsi al suo dio, l'altro era ciò che aveva letto nelle tavole di Skelos.
Cominciò a fantasticare e  si concesse di immaginare  che sarebbe riuscita a sopravvivere,  sarebbe andare a vivere con i due attori, avrebbero girato di città in  città esibendosi ed Asher li avrebbe accompagnati.
Il tono allarmato di Jacobus la riscosse, sentì che diceva. “Guarda Gert, qualcuno ha acceso un fuoco là  vicino a quell'albero, riesci a vedere di chi si tratta? Aspetta, mi sembra un uomo, oh dei anche questo ha in mano una spada.!”.
Ariel scostò un lembo del telone e sbriciò fuori, vide che si avvicinavano ad una persona che li attendeva sul ciglio della strada ed il sole ormai morente mandava riflessi da quella che pareva la lama di una spada.
Si ritrasse prontamente e pregò Mitra che lo sconosciuto non fosse un nemico e non volesse fare loro del male. Intanto i due vecchi artisti tacevano, normalmente non si sarebbero spaventati vedendo un viandante anche se armato, ma dopo l'incontro con quel guerriero e la vista di tutti quei morti si erano fatti prudenti ed ansiosi.
Passò un lungo momento poi sentì una voce allegra. “Salute viaggiatori! Scusate se ho impugnato la spada  ma di questi tempi la  prudenza non è mai troppa. Dal vostro carro direi che siete degli artisti, se volete potete unirvi a me ed aiutarmi a mangiare la lepre che sto cucinando, vicino all'albero c'è uno spiazzo dove potete fermare il carro.”.
Lei sentì il sospiro di sollievo del vecchio attore che fermò il veicolo e rispose: “Vi ringrazio signore, mi chiamo Jacobus e lei è mia moglie Gertrude, siamo umili interpreti dell'ingegno dei poeti e ci uniremo a voi molto volentieri anche se l'onore che ci fate è troppo grande.”. “Ed io preparerò una buona zuppa” intervenne Gert “ che mangeremo prima della vostra selvaggina.”.
“Ah, scusate” disse la voce di chi li aveva invitati “non mi sono presentato anche se toccava a me farlo per primo. Mi chiamo Galhad e sono il figlio del maestro di palazzo del re di Yagghor, il mio buon padre mi ha mandato come messaggero al tempio di Dagon ed ora faccio ritorno a casa, ma venite accanto al fuoco così potremo parlare un po' .”.
Ariel si accorse che il carro si girava e si muoveva lentamente per poi fermarsi. Sentì la donna che diceva: “Nobile signore perdonateci ma non vi abbiamo detto che con noi c'è anche nostra figlia Cayrin. Viaggia nel retro del carro perchè durante una rappresentazione ha avuto un piccolo incidente e si è storta una caviglia.”.
“Non preoccupatevi” fu la risposta “ci penserò io a farla scendere ed a portarla vicino al fuoco.”.
Improvvisamente il telone si sollevò e lei vide un giovane dai capelli biondi, la guardava stupito e dopo alcuni istanti si riscosse dicendole: “Scusate l'indecisione ma la vostra bellezza mi ha davvero colpito, mi chiamo Galhad e col vostro permesso vi aiuterò a scendere.”.
Lei guardò quegli occhi azzurri che l'ammiravano e pensò che anche lui era bello e quando le sorrise si sentì arrossire.
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mercoledì, 12 marzo 2008
a raccontare


“Si, si” fu l'affannata risposta “naturalmente vi capisco, io stesso nelle vostre circostanze, cioè, non voglio mancarvi di rispetto, io non potrei mai essere come voi nobile signore, non mi permetterei.”.
Ma Asher non lo stava più ascoltando, si girò e si diresse verso Ariel, ora doveva dirle cosa fare e doveva farlo in fretta perchè il tempo a loro disposizione stava ormai finendo.
Quando le fu vicino la ragazza gli rivolse uno sguardo da cui traspariva una fiducia così totale che per un momento gli si strinse il cuore, doveva fare del suo meglio per non deluderla.
“Ti ho procurato un passaggio al di la del fiume ragazzina.” le disse “Dovrai salire sul carro e cambiarti i vestiti. No, non mi interrompere, dobbiamo fare in fretta. Ora il tuo nome è Cayrin e se qualcuno te lo domanderà dirai che io mi chiamo Dernhar e ti ho comprata in un bordello per il mio piacere. Poi hai incontrato i due attori e sei riuscita a fuggire con loro che hanno accettato di accoglierti in qualità di apprendista. Lo so è una storia che non reggerebbe ad un esame accurato, ma del resto se incontri qualcuno che sa della tua fuga i tuoi occhi ti tradiranno comunque.”.
Lei lo guardò intensamente prima di chiedere: “Perchè non vieni anche tu con noi? Potresti travestirti anche tu, magari non penseranno che un carro di guitti ci nasconda.”.
“No,” la interruppe lui  sorridendo“ non funzionerebbe. E poi voglio parlare con Zelana, sono molti anni che non la vedo, sono curioso di sapere se mi trova cambiato. Sai lei pensava che io fossi morto, credo che sia stato per lei un bel colpo sapermi vivo.”.
“Tornerai da me?” gli chiese lei con voce ed espressione seria “Vorrei tanto averti vicino quando i sacerdoti mi accoglieranno, credo che sei la sola persona che mi abbia aiutato senza voler nulla in cambio. Sei mio amico Asher?.”.
“Si, sono tuo amico” fu la risposta “ e ti prometto che farò tutto il possibile per tornare da te.”.
Lei gli sorrise contenta e, quando lui la prese tra le braccia per portarla al carro, appoggiò la testa alla sua spalla, fiduciosa.
I due attori,  quando li videro avvicinarsi, scostarono un lembo del variopinto telone che ricopriva il veicolo, il guerriero potè così depositare la ragazza all'interno. “Prendi un vestito da quel baule verde cara,” le disse in tono gentile la donna “era di mia figlia, dovrebbe andare bene.”.
Intanto suo marito ricevette le ultime istruzioni che gli furono date  con voce tagliente:”Ti affido la ragazza, bada che risponderai di lei con la tua vita. Ora dirigiti al traghetto ed attraversa in fretta il fiume, temo che quei predoni abbiano ucciso anche il traghettatore ma non dovreste trovare difficoltà ad usare quella piattaforma galleggiante. E' assicurata con un cavo ed una carrucola alla fune tesa tra le due rive, ti basterà spingerla con la pertica. Andate adesso, quando sarete sull'altra sponda tenetevi sulla strada ed avanzate il più velocemente possibile”.
Il conducente avviò i muli e fece quello che gli era stato detto, quando Asher li vide approdare impugnò la daga e tagliò la fune, lasciando che ricadesse nell'acqua, poi tornò con calma all'osteria, fece abbeverare il cavallo e si preparò ad affrontare Zelana.
Ormai il sole era alto nel cielo, decise di togliersi la cotta di maglia ed il corpetto imbottito, era sicuro che lei sarebbe arrivata da sola, alla massima velocità possibile, non  avrebbe quindi indossato la  corazza. Rimasto in camicia sciolse i capelli e li rilegò strettamente usando un laccio di cuoio che aveva preso dalla giubba del guerriero che aveva ucciso, si sedette su una sedia appoggiando i piedi sul tavolo vicino, controllò la lama della daga e la tenne a portata di mano assieme alla spada.
Si sentiva stranamente calmo, era da tempo che non gli succedeva prima di un combattimento che poteva decidere della sua vita. Nel silenzio di quel pomeriggio che annunciava l'arrivo dell'estate riandò nuovamente con la mente al passato, faceva  caldo anche quando era andato alla grande fiera del solistizio, quando l'aveva vista per la prima volta.

Gli avevano detto che giù in città si esibiva un'invincibile guerriero, però non era un uomo ma una specie di folletto o forse uno gnomo malefico che si divertiva ad umiliare chi lo sfidava.
Non era insolito che durante le fiere si esibissero spadaccini erranti, dando spettacolo e dimostrazione della loro abilità dietro compenso; non si era però mai sentito di una specie di spiritello maligno che si batteva con la furia di un demone.
Così aveva voluto andare a vederlo di persona ed i suoi giovani amici lo avevano seguito, lieti di abbandonare,anche se solo per poco tempo, il rigore e la disciplina del castello.
Arrivarono alla piazza principale  della città ridendo e scambiandosi scherzi, con la gente che si apriva al loro passaggio riconoscendoli per quello che erano: nobili ragazzi arroganti e pericolosi.
Infine giunsero al recinto dove si esibiva lo spadaccino e scoppiarono in una risata. L'invincibile demonio era una ragazzina magra, vestita con una tunica imbottita di un verde sbiadito, dalla quale spuntavano dei pantaloni di pelle rattoppati ed infilati in un paio di scalcagnati stivali.
Impugnava una spada di legno che sembrava troppo grande per lei e guardava gli spettatori con aria feroce, sfidandoli. Vicino all'arena  improvvisata un uomo era pronto a raccogliere le scommesse, ma dalla sua espressione contrariata pareva che da parecchio tempo nessuno avesse voluto battersi.
Lui si voltò verso il suo migliore amico e gli disse:”Sfidala tu, Morgar, facci vedere se le lezioni del maestro d'armi ti sono servite a qualcosa o se, come al tuo solito, hai preferito evitarle per studiare in quella polverosa biblioteca.”.
La risposta  fu accompagnata  da un'occhiata  astiosa:”La sfiderò se userà una spada vera, non mi abbasso a questi giochi di contadini”
E quelle parole furono l'inizio di ciò che il destino aveva da tempo decretato.
Ricordò come Morgar fu umiliato dalla ragazza, che lo sconfisse facilmente dopo che lui aveva superato d'un balzo la staccionata pensando di spaventarla con una vera spada.
Ma lei era riuscita a tenergli testa e lo aveva disarmato, colpendolo sul polso che si era rotto con un rumore secco.
In quel momento lui l'aveva ammirata ma era anche stato invaso dall' ira e dall' indignazione, come osava quella stupida ragazzina umiliare il figlio di un pari del regno? Era entrato nell'arena e le aveva urlato di raccogliere la lama del suo amico e di combattere con lui.
Lei lo aveva guardato con occhi beffardi e gli aveva detto: “Combattere per la vita è molto diverso da quelle stupide danze che fate con i vostri maestri d'armi, sei sicuro di saperlo fare?.”.

Il cavallo arrivò al galoppo ed Asher si alzò impugnando entrambe le lame, poi avanzò fino al centro della strada, lentamente, ed attese.
La donna frenò l'animale a pochi metri dal guerriero e lo trattenne con mano ferma  facendogli fare una piroetta, entrambi erano ricoperti di polvere e  la bestia aveva la schiuma alla bocca.
Lui vide che non si era sbagliato, Zelana indossava l'uniforme che si usava al tempio: una tunica nera di seta, pantaloni anch'essi neri e stivali poco sopra al polpaccio.
Non portava la spada cerimoniale ma sopra  le sue spalle spuntavano le impugnature di due spade gemelle, sorrette da due cinghie che si incrociavano sul petto, tra i seni.
Il verde dei suoi occhi non era cambiato anche se in essi ardeva una furia quasi incontenibile, il suo volto era però diventato più scavato, quasi ascetico, ma sempre bellissimo.
I capelli erano tagliati a caschetto, arruffati dalla corsa, ancora neri come l' ala di un corvo.
“Ti stavo aspettando,” le disse con  voce tranquilla” sapevo che il tuo desiderio di rivedermi ti avrebbe fatto arrivare per prima. Sei sempre molto bella, vedo che porti ancora le tue due spade, ti sei tenuta anche in esercizio?”.
Lei lo guardò  con odio, faticando a trovare una risposta, quasi soffocata dalla rabbia, poi sputò fuori le parole come fossero veleno:”Maledetto bastardo! Credevo fossi morto ed invece sei qui e la aiuti a fuggire, ad andare verso morte certa. Ma cosa sei diventato? Un assassino da strada, tu che eri, tu che potevi diventare.”. La collera  la costrinse a tacere per riprendere fiato ma dopo un attimo continuò: “Mi hai lasciata a morire, bastardo! Mi hai abbandonata tra i miei nemici ed ora sei qui a difendere una bambina. Ti sei forse innamorato di lei? Stupido, tu non sai nulla!”.
“Forse so poche cose” la interruppe lui “ma so che ho amato una sola donna nella mia vita ed ancora la amo. Prima che arrivassi ripensavo alla prima volta che ti ho vista, mi ricordo ancora come eri vestita e come impugnavi la spada di Morgar sfidandomi. Credo di averti amata allora per la prima volta.”.
“Vorrà dire che andrai agli inferi con un bel ricordo allora, bastardo!” gli urlo lei mentre  smontava da cavallo, sguainando le spade quasi prima di toccare terra.
Attaccò con ferocia e lui l'attese senza muoversi, fino a quando gli fu quasi addosso poi deviò con la daga una delle lame gemelle e bloccò l'altra usando la spada, lei si ritrasse e per un momento rimasero a guardarsi. Fu Zelana ad attaccare nuovamente, le sue spada sembravano danzare nell'aria tracciando luccicanti arabeschi, Asher si limitò a  parare indietreggiando lentamente. Duellarono in silenzio, lei con furia animalesca, lui con calma e metodo fino a quando la punta di una delle spade gemelle lo raggiunse al braccio sinistro facendogli cadere la daga.
Il volto della  donna fu attraversato da un'orribile smorfia di trionfo e, sicura della vittoria, tirò un affondo al fianco sinistro mentre bloccava  la spada di lui usando la lama che impugnava nella sinistra.
Asher, invece di ritrarsi, parve andarle incontro, ma un istante prima di essere colpito le afferrò il polso con la sinistra e l'attirò a se torcendolo e spostando la spada di lato, poi con mossa fulminea le diede una testata in pieno volto.
Zelana  riuscì a ritrarsi ed ad assorbire in parte l'urto, non potè però evitare il colpo di rimessa del guerriero che le trafisse la coscia destra.
Lei cadde in ginocchio e cercò di sorreggersi puntando una spada a terra ma lui le tirò un calcio facendogliela sfuggire di mano e la fece cadere supina.
La sovrastò  posando un piede sul polso che impugnava  la seconda lama e mettendole la punta della sua spada sotto al mento.
“Arrenditi” le disse “non voglio farti altro male.”.
Ma lei afferrò la lama che la minacciava e cercò di contorcersi, lui si abbassò e le  afferrò l'avambraccio ringhiando:”Lascia, ti taglierai le dita, falla finita non voglio ucciderti !”.
Per tutta risposta lei lo morse e lui staccò la mano e l'alzò per schiaffeggiarla quando improvvisamente si bloccò, aveva visto l' orribile cicatrice sul polso della donna.
Lei si accorse del suo sguardo inorridito e  gli  disse con voce bassa e carica d'odio:”Cosa credevi? Pensavi forse che quando mi hai lasciata mi trattassero con tutti gli onori? Dopo che avevi detto che ero io che avevo tradito? Lo sai cosa ha  fatto Morgar?”.
“No!” le rispose con voce inorridita “Non c'era lui al comando del castello. Io ti ho lasciata nelle mani del capitano della guardia reale!”.
“Morgar è arrivato il mattino del giorno dopo,” proseguì lei implacabile “mi ha fatta crocefiggere prima di mezzogiorno così da poter mangiare mentre mi guardava morire. Ma prima mi ha fatto spezzare le gambe e le braccia. Maledetto, ho giurato su quello croce che vi avrei uccisi entrambi. E quando i sacerdoti di Dagon mi hanno salvata ho vissuto ogni istante per avere la mia vendetta.”.
“No.” ripetè Asher a bassa voce e cadde in ginocchio lasciando la spada.
“Sono stanco moglie mia,” continuò in un sussurro “stanco di combattere. Non ho avuto scelta, gli dei non concedono il libero arbitrio, allora come oggi ho dovuto percorrere la strada che essi mi hanno indicato. Avrei voluto che non finisse così, volevo solo guadagnare un po' di oro e poi me ne sarei andato e avrei cercato di dimenticare. Ma quando ho guardato negli occhi la ragazza ho saputo che dovevo proteggerla. Non credere che se la riporti indietro si salverà, un dio che rinasce ha bisogno di un grande sacrificio. Io so perchè i sacerdoti ti hanno salvata ma non importa, sono stanco, prendi la tua arma ed uccidimi,  sarà una morte migliore di quanto io abbia mai sperato.”.
Zelana si mise a sedere ed appoggiò la lama sul collo dell'uomo che non si mosse, lo guardò negli occhi e capì che davvero lui sapeva, la spada  si abbassò e la furia abbandonò il suo volto, sostituita dalla  sorpresa e dall'ansia.
“Ma allora perchè hai fatto tutto questo?” gli disse con la voce stravolta dalla preoccupazione “Perchè non l'hai riportata da me? Sei davvero convinto che debba raggiungere il tempio di Mitra? Pensi davvero di poterla proteggere, di salvarla?”.
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martedì, 11 marzo 2008
ecco la terza parte

L'uomo si alzò dalla sedia, sfilò la lunga spada e l'appoggiò sul tavolo, si avvicinò alla sacerdotessa e si chinò esaminandole la caviglia offesa. Provò a toglierle il morbido stivaletto ma lei gemette di dolore, allora sfoderò il lungo coltello e disse: ”Dovrò tagliare la tua calzatura, la caviglia si è gonfiata.”.
“Fai quello che devi,” gli rispose lei “spero tanto che non si sia rotta, mi fa molto male, cercherò di non gridare.”.
Ma lui fu sorprendentemente delicato e Ariel si stupì che quelle grandi mani, coperte di cicatrici, potessero essere così gentili. Poi guardò la spada e sussultò per lo stupore. “Ferma ragazzina,” borbottò Asher  “non ti muovere altrimenti rischio di farti male.”
“La lama della tua spada,” disse lei con voce eccitata “ è d'acciaio veniriano. Vale il riscatto di un re!
Riconosco i riflessi dell'acciaio piegato migliaia di volte, ne ho viste alcune nel tesoro del tempio, ed erano state donate dagli antichi imperatori. Tu potresti essere ricco, se solo la vendessi.”.
“Ragazzina” fu la risposta “sei stata educata al culto del dio, cosa ne vuoi sapere di acciai. E' una buona arma, mi fu data da mio padre e mi ha ben servito, tutto qui. Comunque la tua caviglia non mi sembra rotta, credo si tratti di una semplice slogatura. Proverò a fasciartela.”.
“Ma chi sei tu veramente?” gli domandò la fanciulla con voce sommessa “Perchè mi aiuti?”.
“Sono un vecchio soldato, te l'ho detto,” le rispose lui bruscamente “non farti venire fantasie la situazione è già abbastanza complicata.”.
Poi scese in strada e strappò un largo pezzo di stoffa dal vestito della donna morta, lo ridusse in strisce sottili usando la daga e poi tornò da Ariel ed iniziò a fasciarle la caviglia.
Con la coda dell'occhio vide che lei stringeva i denti per non gridare e si ricordò di un altra donna in un altro tempo.

La battaglia era  appena finita, avevano combattuto fianco a fianco poi erano stati divisi da un ultimo disperato attacco del nemico. Ora lui la cercava attraversando la pianura  disseminata di cadaveri e di morenti. Ad un tratto sentì la sua voce sfrontata che lo chiamava: “Ehi, dovresti cercarmi dove è maggiore il numero dei caduti, credo proprio che anche questa volta ti ho battuto”. Si girò e la vide poco distante, seduta ai piedi di quello che un tempo era stato un albero ed  ora pareva un dito scarnificato che ammoniva il cielo.
Le si avvicinò e notò che effettivamente i nemici giacevano numerosi nelle sue vicinanze; le sorrise, felice di ritrovarla  viva, ed il suo cuore fu più leggero.
Ma quando vide la sua gamba coperta di sangue fece una smorfia preoccupata e corse da lei chinandosi e cercando con gli occhi la ferita.
Lei allungò una mano e gli arruffò i neri capelli dicendo. “Non è nulla, ho solo perso un po' troppo sangue, però come vedi ne ho versato molto di più di quello nemico. E mi pare che anche tu qualche taglio lo hai ricevuto.”.
“Aspettami qui,” le rispose lui “mi sembra una ferita profonda, vado a chiamare un cerusico ed una lettiga. Forse prima è meglio che la fasci, mi sembra che sanguini ancora.”.
Lei si sporse in avanti e mise una mano guantata di ferro sotto al mento dell'uomo e la alzò delicatamente fino a quando lui fissò i suoi occhi color smeraldo.
Rimasero a guardarsi per un lungo istante poi lui la baciò e quando lei schiuse le labbra tutta la fatica ed il dolore delle ferite svanì.
Tornarono alla realtà richiamati da un grido lontano: “Mio signore, mio signore, dovete venire al campo, vostro padre chiede di voi, C'è stata una grande vittoria ed a voi ed al vostro coraggio va tutto il merito.”.
Un uomo che indossava una splendente e lucida armatura si stava avvicinando di corsa e quando lui si staccò dalla sua amata colse l'espressione di disapprovazione sul suo volto.
“Morgar,” disse il guerriero con voce dura “come al solito arrivi quando la battaglia è ormai finita. Torna da dove sei venuto e fai venire un cerusico con una lettiga per trasportare la mia futura  sposa, colei che sarà la tua regina.”

Ancora oggi poteva rievocare l' argentina risata di Zelana quando vide l'espressione del primo consigliere di suo padre, e rivedere lo splendore dei suoi occhi e la bellezza del suo viso sporco di sangue.
Si riscosse da quei pensieri e finì di legare la fasciatura, si rialzò e disse: “Prova ad appoggiare a terra il piede, devo sapere se sei in grado di reggerti.”.
Lei provò con cautela ad alzarsi ma quando spostò il peso del corpo sulla caviglia offesa impallidì e ricadde a sedere.
Asher sospirò e pensò che per la ragazza sarebbero stati un tormento anche gli scossoni del cavallo, ma dovevano andarsene al più presto, non c'erano alternative.
Improvvisamente gli parve di sentire un suono di campanelli, zittì la ragazza, che stava per parlare,  con un gesto ed impugnò la spada e la  daga volgendosi verso il villaggio.
Il tintinnio crebbe d'intensità e dopo poco videro uno sgargiante carro multicolore che veniva verso di loro. Mentre si avvicinava cominciarono a sentire una vivace discussione che pareva svolgersi tra l'uomo che  teneva le redini dei quattro muli e la donna che gli sedeva accanto a cassetta.
A pochi passi da loro il conducente sbraitò: “Taci donna, se tua figlia si è fatta irretire da quello scudiero la colpa è solo tua. Tu gli hai messo in testa  quelle idee da gran dama e le hai fatto dimenticare di essere un'onesta artista di strada. Tu le hai...”.
L'invettiva s'interruppe di colpo quando i due litiganti si accorsero dei cadaveri in mezzo alla strada.
Il guidatore tirò le redini facendo fermare il carro, si guardò intorno smarrito ed impallidì mortalmente quando scorse l' uomo armato con due lame.
Cercò disperatamente di far girare il carro ma la strada era troppo stretta e così non gli rimase che abbracciare tremando la donna, guardando con occhi sbarrati quella figura da incubo che si stava avvicinando.
I due poveretti pensarono che la loro ora fosse giunta quando videro un volto che pareva intagliato nella pietra ed un azzurro sguardo inquisitore.
“Siamo solo due artisti girovaghi,” disse l'uomo balbettando “ non abbiamo visto nulla, le faccende di sua signoria non ci riguardano, non diremo nulla. Vi prego lasciate andare mia moglie, rimarrò io qui a garanzia del suo silenzio io...”.
Asher li scrutò cercando di capire se fossero realmente ciò che sembravano, ovvero due attori di mezz'età stravolti dalla paura. L'esame lo lasciò soddisfatto, riguainò le armi e disse: “Miei cari signori, permettete che mi presenti. Mi chiamo Dernhar e quella  che vedete seduta è la mia nipotina Cayrin, purtroppo una banda di malfattori si era impossessata del traghetto e quando ci hanno visti arrivare ci hanno aggrediti ed hanno cercato di usare violenza alla povera fanciulla. capirete che ho dovuto difendermi.”.
Mentre  i due coniugi annuivano vigorosamente lui continuò sorridendo:” Ora si dà il caso che  io abbia sentito un po' dei vostri discorsi e la vostra perdita mi rammarica. Ma mi stavo chiedendo se la mia sfortunata parente non potrebbe prendere momentaneamente il posto della vostra perduta figliola e venire  con voi per un po' di tempo.”.
“Ma certo mio signore,” si affrettò ad assentire l'attore “potete accompagnarci  per tutto il tempo che volete. “.
“Io non verrò con voi.” lo interruppe il novello zio “Vedete credo che mia moglie si sia, come dire, un po' arrabbiata per la gita che ho fatto con mia nipote. Voi siete uomo di mondo e capite certe cose, quindi comprendete che dovrò rimanere per spiegarmi con la mia consorte che ha, a dire il vero, un gran brutto carattere.”.
postato da: Valberici alle ore 11/03/2008 23:05 | Permalink | commenti (21)
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lunedì, 10 marzo 2008
La posò delicatamente su una delle poche sedie rimaste all'impiedi ed entrò nella sgangherata osteria, uscendone quasi subito con un boccale ricolmo di birra.
Con la mano libera prese uno dei tavoli e lo mise di fronte alla ragazza, posò la schiumosa bevanda e disse:”Comincia a berne un sorso ragazzina, credo proprio che tu ne abbia bisogno. Io devo recuperare la mia arma e dopo vedrò se trovo qualcosa che tu possa mangiare .”.
“Non posso,” protestò lei asciugandosi gli occhi “non ho tempo, devo andare a Gurza dai sacerdoti di Mitra, io..”.
“Bevi!” la zittì lui con voce  aspra “E pensa che la  fretta ha ucciso molte persone e persino grandi guerrieri. E non credo che tu possa andare da molte parti senza mangiare e senza medicare la caviglia, senza contare che io e te dobbiamo ancora decidere alcune cose.”.
Lei prese il boccale, bevve un piccolo sorso, intimidita, e lo guardò mentre ritornava stancamente sulla strada. Quando lo aveva visto combattere gli era parso uno di quegli eroi delle leggende, veloce e terribile; ora invece gli sembrava solo un mercenario male  in arnese, un sopravvissuto.
Lo vide mentre rigirava il cadavere del guerriero ed estraeva la daga con uno strattone, la ripuliva sui pantaloni del caduto e la riappendeva alla cintura. Notò che frugava il morto e poi si dirigeva  verso la dama. Distolse lo sguardo, disgustata, e pensò di essersi imbattuta in un volgare brigante di strada.
Ma quando smise di pensare a quell' uomo fu di nuovo invasa dalla disperazione, non ce l'avrebbe mai fatta a raggiungere i sacerdoti e la profezia scritta sulle tavole di Skelos si sarebbe avverata. Era solo una stupida ragazza, avrebbe  dovuto prendere un cavallo ed invece era fuggita di corsa, senza pensare. Aveva ragione quello sconosciuto, la fretta gli era stata fatale, ora lui le avrebbe preso la statua ed il sigillo e per il mondo sarebbe stata la fine, stupida, stupida, era stata proprio stupida.
Le sue rabbiose recriminazioni furono interrotte da un colpo secco che la fece sobbalzare, quel brigante le aveva appoggiato davanti un piatto di arrosto freddo e verdure e si era comodamente seduto a cavalcioni di una sedia, in attesa.
Lei pensò che non aveva fame ma si costrinse a prendere un pezzetto di carne, doveva conservare le forze se voleva avere una minima possibilità.
Masticò lentamente ed il sapore del cibo le risvegliò l'appetito  o meglio la fame, in poco tempo vuotò il piatto e lo ripulì usando il pezzo di pane che l'uomo le aveva allungato.
“Bene, “ le disse Asher “ora direi che possiamo parlare. Credo che ti convenga darmi quello che hai in quella borsa appesa alla cintura, non ti farò del male, ti porterò al villaggio e ti lascerò da qualcuno che possa curare la tua caviglia. A chi mi ha commissionato il lavoro dirò che ti ho uccisa e buttata nel fiume, non credo che ti cercheranno”.
“Tu non sai chi sono io, vero ?” rispose la ragazza “Allora te lo dirò e ti spiegherò perchè sono fuggita, sarà poi Mitra a decidere se dovrò sopravvivere. Ormai la mia vita è nelle mani degli dei.”.
“Oh in realtà lo so chi sei ragazzina” le disse lui “l'ho capito quando ti ho guardata negli occhi. Solo la Grande Sacerdotessa del dio Dagon ha gli occhi del colore dell' oro. No, non ti agitare, so mantenere un segreto e la mia offerta vale ancora.”.
“Tu non sai nulla!” rispose lei con la voce intrisa di disperazione” E' scritto nelle tavole di Skelos che quando i sette pianeti saranno allineati il dio Dagon ritornerà in questo mondo e lo distruggerà. Solo frantumando la sua antica immagine ed il suo sigillo lo si potrà impedire. Per questo li porto dai sacerdoti di Mitra, loro possono farlo poiché conoscono gli antichi riti. Ho giurato che  lo  avrei fatto.”.
L'assassino la guardò per un lungo momento, vide la disperazione nei suoi occhi ma anche una grande determinazione, e capì che quanto diceva era la verità.
“Potrei portarli  io dai sacerdoti.” le disse.
“Non servirebbe.” gli rispose la sacerdotessa scuotendo rabbiosamente la testa “Devo andare io perchè il rito richiede la mia presenza. Per distruggere gli oggetti occorre un rituale che esige il sacrificio della Gran Sacerdotessa di Dagon, dovrò essere bruciata su una pira.”.
“Potrebbe esserci un altro modo,” le disse Asher a bassa voce “forse ci sono altri rituali. Non puoi esserne certa ragazzina.”.
“Forse” disse lei con voce tremante “ o forse no. Ti prego, lasciami andare, ho paura ma devo cercare di impedire la venuta del dio. Ti prego, aiutami.”.
“Darò un' occhiata alla tua caviglia” fu la risposta “poi decideremo il da farsi. Credo comunque che non siano solo i seguaci di Dagon ad interessarsi a te. Chi mi ha ingaggiato pareva non avere nessun interesse a che tu viva o muoia mentre la dama voleva la tua morte. In ogni caso ormai la tua assenza avrà messo in allarme il tempio e la comandante delle Guardie di Dagon ti starà ormai cercando.”.
La ragazzà sbiancò dal terrore balbettando:”Zelana avrà sicuramente mandato un ufficiale con delle guardie a cercarmi, dobbiamo andarcene subito.”.
“Non credo che abbia mandato un suo sottoposto” le rispose lui quasi soprappensiero “credo proprio che verrà di persona.”.
“Allora sono perduta!” si disperò la fanciulla “Tu non la conosci, la comandante è un guerriero spietato, terribile. “.
“Invece la conosco bene.” la interruppe Asher “Aveva più o meno la tua età quando la vidi per la prima volta e già  allora era una guerriera formidabile. Abbiamo combattuto insieme per quattro lunghi anni e poi le  nostre vite si legarono indissolubilmente.”.
“Non capisco, cosa significa che vi siete legati?” gli chiese la ragazza stupita.
Lui sorrise  amaramente e le rispose: “Quando tornammo dalla guerra di Erghram eravamo carichi di bottino e di gloria, pensavamo di essere i padroni del nostro destino ed io le dichiarai il mio amore e le chiesi di passare il resto della sua vita con me. Zelana è mia moglie e ti assicuro che appena avrà la  mia descrizione, e stai certa che scoverà il mio mandante e gliela estorcerà, verrà a riprenderti per riportarti indietro assieme alla mia testa. Ma ora vediamo la tua caviglia e  direi che possiamo anche presentarci. Il mio nome è Asher.”.
La ragazza richiuse la bocca che aveva spalancato per la sorpresa e disse:”Io, io mi chiamo Ariel.”.
postato da: Valberici alle ore 10/03/2008 22:35 | Permalink | commenti (13)
categoria:asher
domenica, 09 marzo 2008
un altro racconto, per ora solo la prima parte.

Si svegliò di colpo, la mano scattò ad impugnare la corta daga che teneva sullo sgabello vicino al letto.
I leggeri colpi si ripeterono, si alzò e si avvicinò alla porta lentamente, senza fare alcun rumore. Indossava già camicia e pantaloni di pelle, valutò per un momento se doveva terminare di vestirsi e calarsi dalla finestra.
La notte prima era stato fortunato al tavolo da gioco, forse troppo per alcuni, ed ora era possibile che rivolessero indietro i soldi.
Ma poteva anche trattarsi di un nuovo lavoro, magari gli avrebbero commissionato l'assassinio di un nobile, qualcuno molto in alto, il che avrebbe comportato un compenso che gli avrebbe permesso di trasferirsi e cambiar vita.
Sospirò smettendo di fantasticare e con voce stanca chiese: “Cosa volete? Non è ancora sorto il sole, è questo il modo di disturbare la gente onesta.” e si preparò a spalancare di colpo la porta stringendo la corta lama, pronto a colpire.
“Apri Asher,” disse una voce roca che apparteneva alla proprietaria della bettola “tu gente onesta non ne hai mai conosciuta. Apri che ti vogliono parlare di un lavoro, così forse finalmente mi pagherai.”.
Lui fece scattare il chiavistello e si fece da parte facendo passare la corpulenta locandiera che reggeva un lume ed una persona  curva, quasi raggrinzita, completamente avvolta in un mantello e col viso parzialmente  nascosto da una sciarpa di seta.
La donna sbuffò, posò la lucerna sul tavolo e con malgrazia borbottò: ”Dovreste pagarmi il disturbo voi due, non è nemmeno l'alba e non capisco perchè i vostri sporchi affari mi debbano...”.
Ma non finì la frase, lo strano personaggio che la accompagnava si volse di scatto, con un movimento serpentino, e bisbigliò con voce aspra: “Vattene e non tornare, io ed il mercenario dobbiamo parlare da soli.”. Le poche parole furono pronunciate con un tono di comando e di minaccia che fece scorrere un brivido lungo la schiena del suo futuro interlocutore.
La donna arretrò spaventata e si affrettò ad uscire borbottando parole di scusa, appena i suoi passi risuonarono sulle scale lo sconosciuto si avvicinò alla porta, la richiuse e ritornò da Asher, che nel frattempo si era seduto sul bordo del letto.
Due occhi gialli e maligni scrutarono per un breve momento il mercenario che strinse più forte la daga e gettò un'occhiata alla spada appoggiata alla testiera del giaciglio.
“Non temere,” gracchiò la voce smorzata dalla seta “  i miei padroni hanno un lavoro per te. Un compito delicato, che richiede prontezza e soprattutto discrezione. Naturalmente sarai pagato, diciamo che se tutto avverrà secondo le nostre aspettative ti potrai sistemare per il resto della tua vita, che sarà invece molto breve se fallirai.”.
“Non mi piace essere minacciato,” rispose l'uomo “io sono un onesto soldato di ventura e penso proprio che i tuoi padroni non abbiano abbastanza oro per permettersi i miei servigi.”.
Dal mantello giunse una stridula risata: “Tu ti fai chiamare Asher e dici di essere un mercenario, ma in realtà sei un assassino ed un ladro. Un tagliagole di bassa lega, esattamente ciò che ci serve per non attirare l'attenzione e per portare rimedio ad una spiacevole situazione. Perciò stai zitto ed ascolta attentamente, i miei padroni sono generosi e non avrai di che lamentarti.”. Pronunciando le ultime parole estrasse da sotto il mantello una piccola borsa che lanciò sul letto e dalla  quale fuoriuscirono alcune monete d'oro.
L'uomo si affrettò a raccoglierle e disse:”Finalmente cominci a parlare una lingua più cortese, dimmi chi devo uccidere e  quando.”.
“Non  si tratta di uccidere,” fu la risposta” devi recuperare un oggetto che è stato rubato. Una cameriera che lavorava per i miei padroni si è impadronita di una statuetta e di un medaglione. Non sono oggetti di grande costo ma hanno un valore, si potrebbe dire, affettivo. La ragazza è uscita a piedi qualche ora fa dalla città e sappiamo che è diretta verso le montagne di Ibra, pensiamo voglia recarsi alla capitale del regno di Yagghor, probabilmente vuol vendere il bottino e rifugiarsi da certi suoi parenti.
Tu devi solo raggiungerla e riprendere la refurtiva, che ci riporterai immediatamente. Se devi ucciderla fallo pure, la sua vita per noi non ha alcuna importanza, quello che vogliamo sono gli oggetti. Se riuscirai avrai il doppio delle monete d'oro che hai avuto come anticipo.”.
Asher riflettè brevemente, quel tipo non gli piaceva ma il lavoro sembrava non presentare grosse difficoltà, se si sbrigava la poteva raggiungere in  poche d'ore e recuperare il maltolto.
Probabilmente la storia appena raccontata non era del tutto vera, se fosse stata una semplice ladra sarebbe bastato denunciarla alla guardia cittadina, ma a lui tutto sommato non importava.
“Va bene, accetto.” fu dunque la risposta “ datemi solo una descrizione precisa della ragazza e degli oggetti.”. Da sotto il mantello spuntò una pergamena e la sgradevole voce disse:”Ecco un ritratto della ladra, gli oggetti li riconoscerai facilmente perchè sono di pietra  nera e portano entrambi inciso un pentacolo inscritto in  un cerchio di stelle.”.
L'assassino prese il rotolo e lo svolse ritrovandosi a fissare il volto di una fanciulla dai lunghi capelli, bello ed altero.
“Non mi pare una cameriera,” disse “ sembra piuttosto una nobile dama, forse dovreste pagarmi di più. C'è qualcosa di poco chiaro in questa faccenda.”.
“Sei ben pagato” nella voce dello sconosciuto ritornò il tono di minaccia “e credo sia opportuno che tu ti metta in marcia, ci rivedremo qui domani alla stessa ora e tu mi darai ciò che  avrai preso. In caso contrario sarà la tua vita che ci ripagherà del tuo fallimento.”.
Detto questo lo strano ed inquietante personaggio si girò ed  usci dalla stanza senza fare il minimo rumore.
Asher diede un'altra occhiata alla pergamena poi l'arrotolò e l'avvicinò alla fiamma della lucerna, appena prese fuoco la gettò nel caminetto ed iniziò a vestirsi.
Indossò un corpetto imbottito e sopra di esso una leggera cotta di anelli d'acciaio brunito, infilò un paio di stivali al ginocchio e si allacciò in vita un cinturone di cuoio al quale appese la daga ed lungo coltello. Prese la spada e controllò il filo della lunga lama, poi la appese sulla schiena utilizzando un semplice anello di ferro rivestito di cuoio e fissato ad una cinghia che gli attraversava il petto.
Controllò che l'arma scorresse agevolmente e provò ad estrarla un paio di volte, prese un mantello di lana nero e se lo gettò sulle spalle badando  a  far sporgere l'impugnatura della  spada.
Si avvicinò alla piccola finestra per guardare nello stretto vicolo di fronte alla locanda, il riflesso sul vetro gli restituì l'immagine di un uomo alto, dal viso segnato dalle cicatrici. Sapeva  che se fosse stato uno specchio avrebbe visto anche un paio di occhi di un blu profondo. Sospirò, improvvisamente stanco, aveva ormai passato i trent'anni ed era stufo di quella vita fatta di improvvisi risvegli e brusche partenze. Decise che sarebbe stato l'ultimo lavoro, avrebbe usato il compenso per acquistare una piccola fattoria, avrebbe allevato cavalli, gli piacevano gli animali, raramente tradivano.
Si riscosse, si legò dietro la nuca i lunghi capelli neri con un nastro ed uscì dalla stanza, scese velocemente le scale e si diresse verso la stalla, seguito dall'ostessa che reclamava a gran voce i pagamenti arretrati.
La zittì lanciandole una delle monete d'oro che lei prese con il viso trasfigurato dall' avidità e  profondendosi in scuse e richieste sui bisogni dell' illustrissimo cavaliere.
Lui scelse un robusto stallone nero e cominciò a sellarlo con movimenti resi essenziali dalla lunga pratica, poi lo condusse in strada e montò in arcione dirigendosi verso le porte della città.
Cavalcò al passo, senza fretta, non voleva attirare l'attenzione; le guardie alle mura lo accolsero con malcelato fastidio poiché dovettero interrompere un accanita partita a  dadi.
Tuttavia lo lasciarono uscire aprendo i pesanti battenti del grande portone, appena  fuori lui diede di sprone e si allontanò con un andatura sostenuta.
Il sole cominciava a sorgere all' orizzonte ed Asher ritenne che senza troppo forzare il cavallo avrebbe raggiunto  la ragazza prima di mezzogiorno. Se si dirigeva ai monti Ibra avrebbe dovuto attraversare il fiume Ghaol  ed in quella stagione lo si poteva fare solo utilizzando il traghetto dopo il villaggio di Alishel. Bastava dunque che lui si dirigesse lì di buon passo e se anche la fanciulla non utilizzava la strada principale non ci sarebbero stati problemi, lui l'avrebbe preceduta e l'avrebbe attesa al varco.
Cavalcò per parecchie ore ed infine giunse al villaggio, lo attraversò e si diresse verso l'approdo del traghetto, dove una piccola osteria accoglieva i viaggiatori che desideravano rifocillarsi prima di compiere la traversata.
Notò che ad uno dei tavoli posti all' aperto sedevano due persone: una donna che aveva l'aspetto di una nobile dama ed un uomo che  all'apparenza sembrava essere la sua guardia personale.
Scese comunque da cavallo, lo legò ad uno dei pali infissi davanti all' ostello e si accomodò, scegliendo un posto da cui potesse vedere la strada che portava al traghetto. Aveva fame e non c'era motivo per rimandare il pasto, chiamò l'oste che si rivelò essere un omino servile che si muoveva a scatti. Ordinò un piatto di stracotto di  manzo con verdure ed un boccale di birra locale, intanto, senza darlo troppo a vedere, guardava l'uomo seduto accanto alla nobildonna. Probabilmente si trattava di un guerriero abituato a combattere, lo testimoniavano l'impugnatura lucida e consunta della spada ed il modo in cui sedeva, apparentemente rilassato ma con l'aria di chi è pronto a sguainare le armi e battersi in qualunque momento; decisamente la donna si era scelta una buona guardia del corpo.
Mangiò con calma ed aveva appena finito quando la ragazza arrivò, la vide venire dal villaggio, zoppicava leggermente ed aveva l'aria esausta. Era vestita come un paggio ed i capelli erano tagliati corti ma non fece fatica a riconoscerla, anche in quelle condizioni, col viso sporco di polvere e l'espressione stravolta dalla fatica, era di una bellezza sconvolgente.
Asher sospirò riflettendo che l'essere belli era sempre un problema, non si riusciva a passare inosservati; comunque ora c'erano troppi testimoni per poter agire, avrebbe accompagnato la ragazza sul traghetto e poi avrebbe atteso il momento opportuno.
La fanciulla continuò ad avvicinarsi, probabilmente era affamata ed assetata, lui pensò di chiederle di accomodarsi al suo tavolo, magari poteva tentare di sembrarle amico. Ma c'era il rischio che il suo aspetto ed il suo volto dall'espressione dura la spaventassero, meglio non far nulla ed attendere.
Improvvisamente successe qualcosa di assolutamente inaspettato. La dama si alzò in piedi indicando la ragazza e gridò: “E' lei, la maledetta puttana, ammazzala Gandiar, tagliale la gola e gli dei ti daranno la ricompensa.”.
Molte cose accaddero in pochi istanti.
La guardia si alzò di scatto impugnando la  spada e la fanciulla lo guardò con orrore girandosi e cominciando a correre, ma inciampò in un sasso e cadde rovinosamente.
L'uomo gridò di gioia ma il suo urlo si trasformò in un rantolo di morte mentre fissava l'impugnatura di una daga  che gli spuntava dal petto.
Asher dopo aver lanciato la lama si era alzato rovesciando il tavolo e dirigendosi verso la fanciulla che cercava di rialzarsi e ricadeva con un grido di dolore stringendosi una caviglia con entrambe le mani.
L'assassino fece però appena in tempo a scartare di lato ed a girarsi evitando d'un soffio il pugnale della nobildonna, con un movimento fluido estrasse la spada e le fece compiere un breve arco, sollevando uno spruzzo di sangue dalla gola della dama che fece un paio di passi e si accasciò al suolo.
Colla coda dell' occhio vide l'oste che gli si gettava addosso impugnando due corte spade, parò il suo primo affondo e  per un lungo momento arretrò davanti alla gragnola di velocissimi colpi che l'ometto scaricava con il volto stravolto da un'ira feroce.
Finse di incespicare e scoprì il fianco sinistro, il piccoletto ghignò e si slanciò in avanti finendo infilzato al ventre dalla spada prontamente rimessa in linea.
Di colpo calò un profondo silenzio, interrotto a tratti dai gemiti di dolore della ragazza che si era messa a sedere,  Asher valutò che probabilmente si era slogata una caviglia.
Le si avvicinò con calma standole di fronte e, toccandole la spalla con la punta insanguinata della spada, le disse:”Hai qualcosa che non ti appartiene ragazzina, dammelo.”.
Lei alzò il viso rigato dalle lacrime, cercò di trattenere i singhiozzi e rispose:”Non posso, uccidimi pure, non posso infrangere il mio voto.”.
Lui pensò che non aveva mai visto degli occhi di quello strano color dell' oro e che a volte la vita era proprio una gran puttana e ti metteva in trappola quando meno te lo aspettavi.
Alzò la spada e la portò dietro la schiena facendola ripassare nell'anello, poi si chinò e prese in braccio la fanciulla alzandola senza sforzo e dirigendosi verso la taverna.

postato da: Valberici alle ore 09/03/2008 16:34 | Permalink | commenti (34)
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