a Thirrin ecco ancora un pezzo di racconto (ormai quasi libro) urban-fantasy.

Ailyn si alzò e fece un paio di passi malfermi, lui le fu subito vicino e la sorresse. Per un istante rimasero immobili. “Mi dispiace” disse lei con la voce un po’ tremante “Le gambe non mi reggono. Mi dia ancora un momento, io… io non avevo mai visto persone uccise in modo così…voglio dire che...” si interruppe imbarazzata.
Joshua la riprese in braccio, senza alcun sforzo, e la portò negli spogliatoi. La lasciò seduta su una panca ed uscì dicendo: “Fai pure con calma, io aspetterò qua fuori. Mi piacerebbe che tu mi dessi del tu. Credo che l’eccessiva educazione mascheri le vere intenzioni. Un tempo conoscevo politici che usavano un linguaggio tanto formale che a malapena capivo cosa desideravano che io facessi. Anche se, a dire il vero, alla fine volevano sempre la stessa cosa: che io uccidessi per conto loro.”.
Ailyn cominciò a spogliarsi ed entrò in bagno per lavarsi. Sapeva che sarebbe stato inutile tentare di fuggire. Si stupì quando lo sentì dire che viveva da più di sei secoli, ma gli credette.
Sentì che le chiedeva: “Tu credi che ci siano cose che possano esistere per l’eternità?” e continuava non aspettando la risposta “Io penso che sia l’odio che mi mantenga in vita. Tutto l’amore che avevo per Eloise si è trasformato in odio per chi me l’ha tolta. Credo che solo quando lo ucciderò sarò libero e potrò morire. Ho aspettato a lungo ma alla fine l’ho ritrovato.”.
Lei cominciò a rivestirsi e pensò che fosse a poco poco impazzito. Nessun uomo poteva vivere per così tanto tempo consumato dall’odio senza essere toccato dalla follia.
Improvvisamente ne fu sicura: l’avrebbe uccisa. Pensò a sua figlia e una tristezza infinita l’invase.
Joshua continuò a parlare, forse ormai solo a se stesso: “Ho trascorso anni a mimetizzarmi. Ho interpretato così a lungo il ruolo dell’assassino che quasi lo sono diventato. Ma quando ho sentito il nome di Raphael i ricordi sono risaliti. Non so se fosse meglio prima, quando il dolore era sepolto in fondo al mio cuore e pulsava sordo e costante. Adesso brucia in tutto il mio corpo. Ricordo quando mi sorrise per la prima volta. Non era bellissima, sai, ma per me in quel momento l’istante si fermò. Avrei voluto danzare con lei al chiaro di luna per l’eternità, invece lui me l’ha portata via. Ora danzo col diavolo e rido alle sue facezie. Se solo potessi dimenticare quel sorriso. Hai mai sofferto Ailyn? Molto tempo fa qualcuno disse che ‘La sofferenza è permanente, oscura e cupa e ha la natura dell'Infinità’.”.
Finì di vestirsi e provò pena per quell’essere tormentato, reso folle dal dolore. Pensò a pochi momenti prima quando aveva sperato di incontrare qualcuno che la portasse via da quel lavoro. A volte purtroppo i desideri si avverano.
Uscì dallo spogliatoio e lui la guardò inclinando un po’ la testa di lato. Sorrise allegro e disse: “Sei vestita come un’ impiegata di un keiretsu dei piani alti. Sembrerai una segretaria mandata a recuperare il viziato rampollo di un alto dirigente.”.
“A casa non sanno del mio lavoro. Mia figlia si vergognerebbe di me se…”. Si interruppe di colpo, sconvolta, ora lui sapeva, si diede mentalmente della stupida poi la paura la bloccò.
Vide la sua espressione stravolta, si fece serio e le disse: “Non farò del male a te o a tua figlia, te lo prometto. Ora andiamo, devo parlare con quell’uomo, devo scoprire il più possibile sul mio nemico.”.
Uscirono dal locale e si avviarono lungo le strade poco illuminate di quel quartiere dedicato al vizio, Ailyn lo guidava in silenzio.
Un gruppo di studenti chiassosi li incrociò e uno di essi gridò: “Ehi sorella lascia in pace il tuo fratellino e vieni a divertirti con noi!”.
Alcuni ragazzini si avvicinarono furtivi spacciando un po’ di felicità.
Dai locali ai lati della strada giungevano offerte per una notte indimenticabile.
Svoltarono in un vicolo e due uomini si pararono davanti, chiedendo un piccolo aiuto per le loro famiglie bisognose, mostrando loro le lame di due coltelli, per essere forse più convincenti.
Si tirarono indietro impauriti quando videro gli occhi di Joshua.
Alla fine giunsero ad un edificio fatiscente, forse un tempo era stato un hotel quasi rispettabile. Lei disse: “Abita qui, al sesto piano, la camera in fondo al corridoio di destra. Ora, ti prego, lasciami andare.”.
“Non posso” le rispose “ sarebbe troppo pericoloso per te ritornare. Sali con me, mi aspetterai, non ci metterò molto.
Lei sospirò, rassegnata ma anche contenta di non rimanere sola.
Un ascensore sferragliante li portò al piano tra sbuffi di vapore e sussulti. Lui le fece cenno di attendere e si avviò verso la fine del lungo corridoio. Quando fu davanti all’ ultima porta scardinò la serratura ed oltrepasò la soglia. L’appartamento era piccolo e maleodorante, probabilmente composto da quel piccolo soggiorno, una cucina e la camera da letto, che doveva essere la stanza da cui provenivano grugniti e ansiti. Entrò e vide un letto sfatto dove un uomo di mezz’età si faceva cavalcare da una ragazzina bionda e magra, entrambi nudi. Lei era girata verso la porta e quando lo vide sgranò gli occhi cacciando un urlo, saltò giù ed indietreggiò verso l’angolo della camera.
L’uomo gridò : “E tu chi cazzo sei? Un fottuto guardone? E come sei entrato?”. Si chinò verso un lato del letto e prese qualcosa da terra. Joshua vide che si trattava di un lungo coltello con la lama seghettata, sorrise e disse:”Voglio solo farti un paio di domande”.
La ragazzina cominciò a raccogliere i suoi indumenti sparsi a terra, se li strinse al petto: ”Io non c’entro nulla. Voglio solo i miei soldi e me ne vado. Anzi, no, può tenerseli i soldi. Io me ne vado.”. Si mosse verso la porta ma si bloccò, quel pazzo le aveva tirato un pugno allo stomaco. Abbassò lo sguardo, stupita di non riuscire a muoversi, e vide la lama che le entrava nel corpo. Rialzò la testa, cercò di parlare ma uno sbocco di sangue glielo impedì. Pensò che il ragazzo che l’aveva uccisa aveva degli strani occhi poi ci fu il buio. Gosh urlò tirandosi su dal letto, si lanciò verso la finestra ma qualcosa lo trattenne e lo sbattè a terra. “Non mi far perdere tempo.” gli disse Joshua con voce tranquilla “Se rispondi alle mie domande finirà tutto in fretta.”.
Gosh rispose.
Ailyn lo vide ritornare con un espressione pensierosa e preferì non chiedergli nulla. Scesero in strada e si incamminarono in direzione della grande piazza.
Quando furono davanti alla stazione della metropolitana profonda lei si fermò: “Ora posso proseguire da sola, devo solo salire di un paio di livelli e la mia casa è vicina alla stazione.”.
“Vengo con te” fu la risposta “voglio conoscere tua figlia.”
Capì che non l’avrebbe lasciata vivere, meglio dunque morire lì, sua figlia almeno si sarebbe salvata.
Lui vide la determinazione sul suo viso: “So dove abiti, me lo ha detto il barman. Lo aveva scoperto frugando nella tua borsa mentre lavoravi. Penso che in futuro ti avrebbe ricattata.”.
Ailyn lo guardò, disperata, poi abbassò la testa ed entrò nella stazione, Joshua la seguì.
Erano soli sulla navetta, fecero il viaggio in silenzio, scesero alla seconda fermata e si ritrovarono ad un livello composto da interminabili file di grigi palazzi. Parallepipedi tutti uguali, costruiti per dare alloggio ai lavoratori dei grandi keiretsu ovvero di immense multinazionali che operavano su tutto l’universo abitato.
Salirono su un marciapiede mobile che li portò velocemente in un quartiere periferico.
I viali erano bene illuminati e qua e là c’erano addirittura alcuni alberi circondati da aiuole di fiori. Si diressero verso l’entrata di uno degli edifici che circondavano una piccola piazza. Entrarono e furono cortesemente salutati da un portiere. Salirono su un ascensore che li portò velocemente e silenziosamente ad uno dei piani alti.
“Dovevi guadagnare bene in quel locale” le disse Joshua “Ma non credo fosse un lavoro facile. Penso che non ti dispiacerà averlo perso.”.
Lei lo guardò e disse quasi sussurrando “Per favore”.
“Non preoccuparti da adesso in avanti non avrai più problemi” le rispose.
Ailyn aprì la porta con mano tremante, una voce disse:”Rientri presto. Cosa ti è successo? Forse ti hanno finalmente cambiato il turno di lavoro? O come tuo solito hai combinato un pasticcio?”.
Una donna anziana spuntò al fondo del corridoio d’ingresso e si portò una mano alla bocca soffocando un esclamazione di sorpresa.
“Mamma” disse Ailyn con voce spenta “lui è…”.
“Sono il figlio del suo direttore generale, signora” completò per lei la frase Joshua “Stasera stava poco bene e l’ho riaccompagnata a casa.”.
La vecchia spalancò gli occhi: “Scusi signore, scusi se l’accolgo in vestaglia. Ma prego si accomodi. Le preparo un caffè se vuole. Ailyn! Non essere scortese accompagnalo nel salotto, fallo accomodare!.”.
Lui si lasciò guidare in una stanza piuttosto ampia, arredata con gusto. Notò alcuni interessanti quadri contemporanei, e, con stupore, una mensola su cui facevano bella mostra di sè alcune antiche teiere.
Si girò verso la donna per domandare dove le avesse trovate quando una vocina assonnata chiese: “Mamma? Sei tu?”.
Una bimba di cinque forse sei anni era entrata e si stropicciava gli occhi, lui sorrise vedendo il pigiamino decorato con le immagini di piccoli fiori.
Ailyn si inginocchiò davanti alla figlia e l’abbracciò stretta scoppiando a piangere, sapeva che ora sarebbero morte.
“Mamma? Perchè piangi?” chiese la bimba stupita.
In quel momento arrivò la vecchia: “Ma cosa combini Ailyn? Ma che figura ci fai fare? Ah, capisco, ti hanno licenziata! Siamo rovinati, la tua vecchia madre finirà in un ospizio…”.
“Ma no signora” la interruppe Joshua con voce gentile “E’ solo che sua figlia non si sente molto bene.”
“Tu chi sei?” chiese la bambina guardandolo con i suoi occhi azzurri.
“Mi chiamo Joshua” rispose lui “ e tu come ti chiami?”.
“Ely, signore, mi chiamo Ely. Cioè, così mi chiamano mamma e nonna. E’ il mio nome corto. Quello lungo è Eloise.”.
Ailyn strinse più forte la figlia, “ora ci uccide” pensò e chiuse gli occhi.
Le sembrò passasse un tempo infinito, poi sentì Ely che le diceva:”Mamma, mi fai male!”.
Allentò la stretta e udì la voce di sua madre che giungeva dall’ ingresso: “Grazie signore,grazie. Si glielo dirò. Grazie, lei è troppo buono.”.
Sentì chiudere la porta e sua madre rientro nel salotto.
“Non so cosa hai combinato Ailyn ma quel ragazzo dice che non occorre che torni al lavoro. Ha detto che verrà a prenderti domani sera, ti porta a cena. Ah figlia mia forse la nostra fortuna è fatta. Guarda, ti ha lasciato anche un po’ di soldi, ha detto di prendere un abito.”.
Lei guardò stralunata il cristallo di credito nella mano della madre, notandone il colore dorato. Lo prese con mano tremante e lo inserì nel lettore dell’ homepc. Scoprì di essere una donna ricca.
Joshua ritornò al livello inferiore, ora doveva occuparsi di Arakne. Era giunto il momento di farle indossare l’armatura. Intendeva anche scoprire chi lo stava seguendo da quando era uscito dallo strip-bar. Chiunque fosse era estremamente abile e, probabilmente, molto pericoloso.
Decise di affrontarlo, si inoltrò in vicoli sempre più stretti e bui fino a quando ne imboccò uno senza uscita. Si fermò e domandò ad alta voce: “Chi sei e cosa vuoi da me?”.
Udì un ruggito feroce e subito dopo un grande felino lo aggredì. Joshua evitò l’attacco con facilità e la bestia atterrò alle sue spalle. Ruggì ancora con violenza piroettò su se stessa e ritornò all’attacco con un balzo poderoso. Lui l’intercettò a mezz’aria, artigli e metallo si scontrarono stridendo. L’animale piombò pesantemente al suolo emettendo un brontolio strozzato, cercò di rialzarsi ma ricadde. Tentò ancora e riuscì a trascinarsi verso il muro strisciando le zampe posteriori. Joshua si avvicinò, seduta con la schiena appoggiata al muro c’era una ragazza con una profonda ferita sul fianco sinistro.
“Tu devi essere l’animale di Raphael” le disse “Ti ha mandato ad uccidermi? Forse non ti ha spiegato bene chi sono vero?”.
Lei lo guardò con odio, ansimando per il dolore, e quando si chinò per osservarla meglio gli sputò in faccia.
Si ripulì con calma usando una manica sbrindellata:”Se avessi avuto un braccio vero me lo avresti staccato, sei stata veloce. Eppure il tuo padrone sapeva che ti avrebbe mandata a morire.”.
La guardò con attenzione poi esclamò allegro.”Ah, capisco, sei innamorata di lui. E sei venuta di testa tua. Eh, l’amore fa fare cose assurde ragazza mia, io lo so bene.”.
Le mise una mano sotto il mento rialzandole la testa, lei cercò debolmente di allontanarlo, senza riuscirci.
“Mi dispiace” continuò pacato “credo che la mia lama abbia toccato la tua colonna vertebrale. Vorrei che mi dicessi dov’è colui che ha ucciso mia moglie, ma non ho abbastanza tempo da perdere.”
“Eloise non è morta” gli disse lei con odio “ adesso sta con lui e tu sei solo un povero stupido.”.
Per un lungo momento ci fu silenzio, rotto solo dall’ansito della mutaforma.
“Capirai” le disse con voce terribilmente calma “ che ora voglio sapere qualcosa di più a riguardo.”.
Lei serrò le labbra assumendo un espressione ostinata, lui sospirò e le prese una mano: “Dalla vita in giù credo che sei insensibile ormai, ma mi rimane ancora molto su cui lavorare.”. Con una mossa rapida le spezzò l’indice, l’urlo di Sofia rieccheggiò tra le pareti del vicolo.
Raphael si muoveva veloce, doveva trovarla in fretta. Quando si era accorto che si era allontanata aveva temuto che avesse fatto una sciocchezza. Sofia lo considerava il suo padrone e non si allontanava mai senza prima domandare il permesso. Aveva cercato molte volte di spiegarle che per lui era un’amica e non una proprietà, ma senza successo. Si diede dello stupido, avrebbe dovuto prevedere come avrebbe reagito se qualcosa o qualcuno lo avesse minacciato.
Alla fine controllò i vicoli nelle vicinanze del bar dove avevano incontrato la ragazza.
La trovò in uno di essi, addossata ad un muro, devastata da innumerevoli ferite. Pareva che la parte superiore del suo corpo fosse stata praticamente scuoiata, solo il viso era intatto. Si chinò accanto a lei e le prese la testa tra le mani chiamandola sottovoce.
Lei aprì gli occhi e lo guardò, la sua voce era fievole: “Mi fa tanto male padrone. Ma ho voluto aspettarti, ero sicura che saresti venuto.”.
“Non parlare” le disse lui con voce rotta “ti porto a casa. Non parlare amica mia, non dire che sono il tuo padrone.”.
“Ti prego” gli rispose “non mi spostare, ho tanto male. Io volevo solo vederti ancora, volevo dirti che lui sa che Eloise è viva. Ma io non gli ho detto chi è, io…”. Un colpo di tosse la interruppe, proseguì con fatica: “L’ami tanto vero?”. Lui annuì incapace di parlare. “Ma tu sei il mio padrone” proseguì lei con la voce sempre più fievole “ ed io sono tua…e tu mi hai voluto un po’ di bene vero?”.
“Si Sofia, ti voglio bene.” le rispose, voleva continuare a parlarle ma si accorse che non lo avrebbe più sentito.
Rimase in ginocchio accanto a lei a lungo.
Joshua entrò e vide che Arakne lo attendeva con la lama di vibroacciaio in pugno.
“Io non userò nessuna armatura” gli disse con tono duro.
“Bene,” le rispose lui allegro “ hai dato un occhiata alle sue caratteristiche a quanto vedo.”.
“Si e non ho nessuna intenzione di sopportare il dolore che mi arrecherà. E comincio a pensare di essermi sbagliata sul tuo conto. Devi essere pazzo, rientri ricoperto di sangue e…”.
Fu così veloce che Arakne non capì come fosse riuscito a toglierle di mano la katana.
Si ritrovò contro il bordo di un tavolo d’acciao, con la mano dell’ assassino che le serrava la gola soffocandola. Cercò di reagire colpendolo ma fu come se percuotesse una roccia. La costrinse supina sul tavolo e le allargò mani e braccia fissandole con cinghie metalliche. Cercò disperatamente di liberarsi mentre lui si dirigeva verso una delle grandi vasche, ma per quanto facesse forza i legami non cedettero.
Lo vide tornare con un contenitore tra le mani. Lo posò accanto e poi cominciò a tagliarle la tuta. Cercò di mordergli un mano e lui rise dicendo: ”Dimentichi di cosa sono fatte, ti spezzeresti i denti.”.
Quando fu nuda lui estrasse una massa di metallo pulsante dalla scatola.
Arakne gridò: “No!”.
Lui le appoggiò la “cosa” sul petto. Istantaneamente sembrò sciogliersi ricoprendo il corpo della ragazza come una sottile pellicola lucente.
Joshua le fece passare delle cinghie attorno alle braccia ed alle gambe. Fissò una larga fascia sopra la vita e le immobilizzò la testa con dei legacci sottili.
“Tra un po’ comincerà il dolore e non voglio che tu ti faccia male” le disse.
Gli occhi della ragazza si colmarono di disperazione: “No, ti prego, non resisterò, ti prego io…”. Lui le mise in bocca un paradenti di gomma forata trattenuto da un piccolo bavaglio metallico: “In effetti alcuni sono impazziti e non hanno sopportato l’armatura. Ma sono sicuro che a te non succederà. Sei una donna forte.”.
Le prime fitte di dolore le attraversarono il corpo e Arakne contrasse i muscoli cercando di inarcare la schiena, trattenuta dai legacci. Un mugolio strozzato le usci dalla bocca e un po’ di saliva colò da sotto il bavaglio.
“Sai” le disse Joshua in tono leggero “stasera ho conosciuto una donna, l’ho invitata a cena. Credo che diventeremo amici. Ho anche lasciato un invito per Raphael, l’ho messo sotto il corpo di una sua amica. Vedrai che domani sera ci divertiremo.”.
Il corpo della ragazza ormai si contraeva ritmicamente ed il mugolio era diventato più acuto, incessante.
“Ora non resta che aspettare che l’armatura prenda possesso del tuo sistema nervoso. Direi che possiamo sentire un po’ di musica nell’attesa.”.
Joshua si avvicinò allo schermo del computer, lo toccò leggermente e le note di un’antica melodia si diffusero.
“E’ di un antico compositore,” disse sedendosi accanto al tavolo su cui era stesa la ragazza “mi piace ascoltare la sua musica. Questa la scrisse per una messa dell’incoronazione, una Krönungsmesse.”.
Le note del Kyrie riempirono l’aria e la voce del soprano si fuse coi lamenti della donna.
Joshua pensò a quanto gli aveva detto la mutaforma: Eloise era viva. Ma questo non cambiava nulla, per lui era come se fosse morta e la colpa di Raphael era semmai ancora più grande. Ripensò a quando l’aveva vista per la prima volta ed invidiò la ragazza sul tavolo, lei poteva ancora piangere per il dolore.
Joshua la riprese in braccio, senza alcun sforzo, e la portò negli spogliatoi. La lasciò seduta su una panca ed uscì dicendo: “Fai pure con calma, io aspetterò qua fuori. Mi piacerebbe che tu mi dessi del tu. Credo che l’eccessiva educazione mascheri le vere intenzioni. Un tempo conoscevo politici che usavano un linguaggio tanto formale che a malapena capivo cosa desideravano che io facessi. Anche se, a dire il vero, alla fine volevano sempre la stessa cosa: che io uccidessi per conto loro.”.
Ailyn cominciò a spogliarsi ed entrò in bagno per lavarsi. Sapeva che sarebbe stato inutile tentare di fuggire. Si stupì quando lo sentì dire che viveva da più di sei secoli, ma gli credette.
Sentì che le chiedeva: “Tu credi che ci siano cose che possano esistere per l’eternità?” e continuava non aspettando la risposta “Io penso che sia l’odio che mi mantenga in vita. Tutto l’amore che avevo per Eloise si è trasformato in odio per chi me l’ha tolta. Credo che solo quando lo ucciderò sarò libero e potrò morire. Ho aspettato a lungo ma alla fine l’ho ritrovato.”.
Lei cominciò a rivestirsi e pensò che fosse a poco poco impazzito. Nessun uomo poteva vivere per così tanto tempo consumato dall’odio senza essere toccato dalla follia.
Improvvisamente ne fu sicura: l’avrebbe uccisa. Pensò a sua figlia e una tristezza infinita l’invase.
Joshua continuò a parlare, forse ormai solo a se stesso: “Ho trascorso anni a mimetizzarmi. Ho interpretato così a lungo il ruolo dell’assassino che quasi lo sono diventato. Ma quando ho sentito il nome di Raphael i ricordi sono risaliti. Non so se fosse meglio prima, quando il dolore era sepolto in fondo al mio cuore e pulsava sordo e costante. Adesso brucia in tutto il mio corpo. Ricordo quando mi sorrise per la prima volta. Non era bellissima, sai, ma per me in quel momento l’istante si fermò. Avrei voluto danzare con lei al chiaro di luna per l’eternità, invece lui me l’ha portata via. Ora danzo col diavolo e rido alle sue facezie. Se solo potessi dimenticare quel sorriso. Hai mai sofferto Ailyn? Molto tempo fa qualcuno disse che ‘La sofferenza è permanente, oscura e cupa e ha la natura dell'Infinità’.”.
Finì di vestirsi e provò pena per quell’essere tormentato, reso folle dal dolore. Pensò a pochi momenti prima quando aveva sperato di incontrare qualcuno che la portasse via da quel lavoro. A volte purtroppo i desideri si avverano.
Uscì dallo spogliatoio e lui la guardò inclinando un po’ la testa di lato. Sorrise allegro e disse: “Sei vestita come un’ impiegata di un keiretsu dei piani alti. Sembrerai una segretaria mandata a recuperare il viziato rampollo di un alto dirigente.”.
“A casa non sanno del mio lavoro. Mia figlia si vergognerebbe di me se…”. Si interruppe di colpo, sconvolta, ora lui sapeva, si diede mentalmente della stupida poi la paura la bloccò.
Vide la sua espressione stravolta, si fece serio e le disse: “Non farò del male a te o a tua figlia, te lo prometto. Ora andiamo, devo parlare con quell’uomo, devo scoprire il più possibile sul mio nemico.”.
Uscirono dal locale e si avviarono lungo le strade poco illuminate di quel quartiere dedicato al vizio, Ailyn lo guidava in silenzio.
Un gruppo di studenti chiassosi li incrociò e uno di essi gridò: “Ehi sorella lascia in pace il tuo fratellino e vieni a divertirti con noi!”.
Alcuni ragazzini si avvicinarono furtivi spacciando un po’ di felicità.
Dai locali ai lati della strada giungevano offerte per una notte indimenticabile.
Svoltarono in un vicolo e due uomini si pararono davanti, chiedendo un piccolo aiuto per le loro famiglie bisognose, mostrando loro le lame di due coltelli, per essere forse più convincenti.
Si tirarono indietro impauriti quando videro gli occhi di Joshua.
Alla fine giunsero ad un edificio fatiscente, forse un tempo era stato un hotel quasi rispettabile. Lei disse: “Abita qui, al sesto piano, la camera in fondo al corridoio di destra. Ora, ti prego, lasciami andare.”.
“Non posso” le rispose “ sarebbe troppo pericoloso per te ritornare. Sali con me, mi aspetterai, non ci metterò molto.
Lei sospirò, rassegnata ma anche contenta di non rimanere sola.
Un ascensore sferragliante li portò al piano tra sbuffi di vapore e sussulti. Lui le fece cenno di attendere e si avviò verso la fine del lungo corridoio. Quando fu davanti all’ ultima porta scardinò la serratura ed oltrepasò la soglia. L’appartamento era piccolo e maleodorante, probabilmente composto da quel piccolo soggiorno, una cucina e la camera da letto, che doveva essere la stanza da cui provenivano grugniti e ansiti. Entrò e vide un letto sfatto dove un uomo di mezz’età si faceva cavalcare da una ragazzina bionda e magra, entrambi nudi. Lei era girata verso la porta e quando lo vide sgranò gli occhi cacciando un urlo, saltò giù ed indietreggiò verso l’angolo della camera.
L’uomo gridò : “E tu chi cazzo sei? Un fottuto guardone? E come sei entrato?”. Si chinò verso un lato del letto e prese qualcosa da terra. Joshua vide che si trattava di un lungo coltello con la lama seghettata, sorrise e disse:”Voglio solo farti un paio di domande”.
La ragazzina cominciò a raccogliere i suoi indumenti sparsi a terra, se li strinse al petto: ”Io non c’entro nulla. Voglio solo i miei soldi e me ne vado. Anzi, no, può tenerseli i soldi. Io me ne vado.”. Si mosse verso la porta ma si bloccò, quel pazzo le aveva tirato un pugno allo stomaco. Abbassò lo sguardo, stupita di non riuscire a muoversi, e vide la lama che le entrava nel corpo. Rialzò la testa, cercò di parlare ma uno sbocco di sangue glielo impedì. Pensò che il ragazzo che l’aveva uccisa aveva degli strani occhi poi ci fu il buio. Gosh urlò tirandosi su dal letto, si lanciò verso la finestra ma qualcosa lo trattenne e lo sbattè a terra. “Non mi far perdere tempo.” gli disse Joshua con voce tranquilla “Se rispondi alle mie domande finirà tutto in fretta.”.
Gosh rispose.
Ailyn lo vide ritornare con un espressione pensierosa e preferì non chiedergli nulla. Scesero in strada e si incamminarono in direzione della grande piazza.
Quando furono davanti alla stazione della metropolitana profonda lei si fermò: “Ora posso proseguire da sola, devo solo salire di un paio di livelli e la mia casa è vicina alla stazione.”.
“Vengo con te” fu la risposta “voglio conoscere tua figlia.”
Capì che non l’avrebbe lasciata vivere, meglio dunque morire lì, sua figlia almeno si sarebbe salvata.
Lui vide la determinazione sul suo viso: “So dove abiti, me lo ha detto il barman. Lo aveva scoperto frugando nella tua borsa mentre lavoravi. Penso che in futuro ti avrebbe ricattata.”.
Ailyn lo guardò, disperata, poi abbassò la testa ed entrò nella stazione, Joshua la seguì.
Erano soli sulla navetta, fecero il viaggio in silenzio, scesero alla seconda fermata e si ritrovarono ad un livello composto da interminabili file di grigi palazzi. Parallepipedi tutti uguali, costruiti per dare alloggio ai lavoratori dei grandi keiretsu ovvero di immense multinazionali che operavano su tutto l’universo abitato.
Salirono su un marciapiede mobile che li portò velocemente in un quartiere periferico.
I viali erano bene illuminati e qua e là c’erano addirittura alcuni alberi circondati da aiuole di fiori. Si diressero verso l’entrata di uno degli edifici che circondavano una piccola piazza. Entrarono e furono cortesemente salutati da un portiere. Salirono su un ascensore che li portò velocemente e silenziosamente ad uno dei piani alti.
“Dovevi guadagnare bene in quel locale” le disse Joshua “Ma non credo fosse un lavoro facile. Penso che non ti dispiacerà averlo perso.”.
Lei lo guardò e disse quasi sussurrando “Per favore”.
“Non preoccuparti da adesso in avanti non avrai più problemi” le rispose.
Ailyn aprì la porta con mano tremante, una voce disse:”Rientri presto. Cosa ti è successo? Forse ti hanno finalmente cambiato il turno di lavoro? O come tuo solito hai combinato un pasticcio?”.
Una donna anziana spuntò al fondo del corridoio d’ingresso e si portò una mano alla bocca soffocando un esclamazione di sorpresa.
“Mamma” disse Ailyn con voce spenta “lui è…”.
“Sono il figlio del suo direttore generale, signora” completò per lei la frase Joshua “Stasera stava poco bene e l’ho riaccompagnata a casa.”.
La vecchia spalancò gli occhi: “Scusi signore, scusi se l’accolgo in vestaglia. Ma prego si accomodi. Le preparo un caffè se vuole. Ailyn! Non essere scortese accompagnalo nel salotto, fallo accomodare!.”.
Lui si lasciò guidare in una stanza piuttosto ampia, arredata con gusto. Notò alcuni interessanti quadri contemporanei, e, con stupore, una mensola su cui facevano bella mostra di sè alcune antiche teiere.
Si girò verso la donna per domandare dove le avesse trovate quando una vocina assonnata chiese: “Mamma? Sei tu?”.
Una bimba di cinque forse sei anni era entrata e si stropicciava gli occhi, lui sorrise vedendo il pigiamino decorato con le immagini di piccoli fiori.
Ailyn si inginocchiò davanti alla figlia e l’abbracciò stretta scoppiando a piangere, sapeva che ora sarebbero morte.
“Mamma? Perchè piangi?” chiese la bimba stupita.
In quel momento arrivò la vecchia: “Ma cosa combini Ailyn? Ma che figura ci fai fare? Ah, capisco, ti hanno licenziata! Siamo rovinati, la tua vecchia madre finirà in un ospizio…”.
“Ma no signora” la interruppe Joshua con voce gentile “E’ solo che sua figlia non si sente molto bene.”
“Tu chi sei?” chiese la bambina guardandolo con i suoi occhi azzurri.
“Mi chiamo Joshua” rispose lui “ e tu come ti chiami?”.
“Ely, signore, mi chiamo Ely. Cioè, così mi chiamano mamma e nonna. E’ il mio nome corto. Quello lungo è Eloise.”.
Ailyn strinse più forte la figlia, “ora ci uccide” pensò e chiuse gli occhi.
Le sembrò passasse un tempo infinito, poi sentì Ely che le diceva:”Mamma, mi fai male!”.
Allentò la stretta e udì la voce di sua madre che giungeva dall’ ingresso: “Grazie signore,grazie. Si glielo dirò. Grazie, lei è troppo buono.”.
Sentì chiudere la porta e sua madre rientro nel salotto.
“Non so cosa hai combinato Ailyn ma quel ragazzo dice che non occorre che torni al lavoro. Ha detto che verrà a prenderti domani sera, ti porta a cena. Ah figlia mia forse la nostra fortuna è fatta. Guarda, ti ha lasciato anche un po’ di soldi, ha detto di prendere un abito.”.
Lei guardò stralunata il cristallo di credito nella mano della madre, notandone il colore dorato. Lo prese con mano tremante e lo inserì nel lettore dell’ homepc. Scoprì di essere una donna ricca.
Joshua ritornò al livello inferiore, ora doveva occuparsi di Arakne. Era giunto il momento di farle indossare l’armatura. Intendeva anche scoprire chi lo stava seguendo da quando era uscito dallo strip-bar. Chiunque fosse era estremamente abile e, probabilmente, molto pericoloso.
Decise di affrontarlo, si inoltrò in vicoli sempre più stretti e bui fino a quando ne imboccò uno senza uscita. Si fermò e domandò ad alta voce: “Chi sei e cosa vuoi da me?”.
Udì un ruggito feroce e subito dopo un grande felino lo aggredì. Joshua evitò l’attacco con facilità e la bestia atterrò alle sue spalle. Ruggì ancora con violenza piroettò su se stessa e ritornò all’attacco con un balzo poderoso. Lui l’intercettò a mezz’aria, artigli e metallo si scontrarono stridendo. L’animale piombò pesantemente al suolo emettendo un brontolio strozzato, cercò di rialzarsi ma ricadde. Tentò ancora e riuscì a trascinarsi verso il muro strisciando le zampe posteriori. Joshua si avvicinò, seduta con la schiena appoggiata al muro c’era una ragazza con una profonda ferita sul fianco sinistro.
“Tu devi essere l’animale di Raphael” le disse “Ti ha mandato ad uccidermi? Forse non ti ha spiegato bene chi sono vero?”.
Lei lo guardò con odio, ansimando per il dolore, e quando si chinò per osservarla meglio gli sputò in faccia.
Si ripulì con calma usando una manica sbrindellata:”Se avessi avuto un braccio vero me lo avresti staccato, sei stata veloce. Eppure il tuo padrone sapeva che ti avrebbe mandata a morire.”.
La guardò con attenzione poi esclamò allegro.”Ah, capisco, sei innamorata di lui. E sei venuta di testa tua. Eh, l’amore fa fare cose assurde ragazza mia, io lo so bene.”.
Le mise una mano sotto il mento rialzandole la testa, lei cercò debolmente di allontanarlo, senza riuscirci.
“Mi dispiace” continuò pacato “credo che la mia lama abbia toccato la tua colonna vertebrale. Vorrei che mi dicessi dov’è colui che ha ucciso mia moglie, ma non ho abbastanza tempo da perdere.”
“Eloise non è morta” gli disse lei con odio “ adesso sta con lui e tu sei solo un povero stupido.”.
Per un lungo momento ci fu silenzio, rotto solo dall’ansito della mutaforma.
“Capirai” le disse con voce terribilmente calma “ che ora voglio sapere qualcosa di più a riguardo.”.
Lei serrò le labbra assumendo un espressione ostinata, lui sospirò e le prese una mano: “Dalla vita in giù credo che sei insensibile ormai, ma mi rimane ancora molto su cui lavorare.”. Con una mossa rapida le spezzò l’indice, l’urlo di Sofia rieccheggiò tra le pareti del vicolo.
Raphael si muoveva veloce, doveva trovarla in fretta. Quando si era accorto che si era allontanata aveva temuto che avesse fatto una sciocchezza. Sofia lo considerava il suo padrone e non si allontanava mai senza prima domandare il permesso. Aveva cercato molte volte di spiegarle che per lui era un’amica e non una proprietà, ma senza successo. Si diede dello stupido, avrebbe dovuto prevedere come avrebbe reagito se qualcosa o qualcuno lo avesse minacciato.
Alla fine controllò i vicoli nelle vicinanze del bar dove avevano incontrato la ragazza.
La trovò in uno di essi, addossata ad un muro, devastata da innumerevoli ferite. Pareva che la parte superiore del suo corpo fosse stata praticamente scuoiata, solo il viso era intatto. Si chinò accanto a lei e le prese la testa tra le mani chiamandola sottovoce.
Lei aprì gli occhi e lo guardò, la sua voce era fievole: “Mi fa tanto male padrone. Ma ho voluto aspettarti, ero sicura che saresti venuto.”.
“Non parlare” le disse lui con voce rotta “ti porto a casa. Non parlare amica mia, non dire che sono il tuo padrone.”.
“Ti prego” gli rispose “non mi spostare, ho tanto male. Io volevo solo vederti ancora, volevo dirti che lui sa che Eloise è viva. Ma io non gli ho detto chi è, io…”. Un colpo di tosse la interruppe, proseguì con fatica: “L’ami tanto vero?”. Lui annuì incapace di parlare. “Ma tu sei il mio padrone” proseguì lei con la voce sempre più fievole “ ed io sono tua…e tu mi hai voluto un po’ di bene vero?”.
“Si Sofia, ti voglio bene.” le rispose, voleva continuare a parlarle ma si accorse che non lo avrebbe più sentito.
Rimase in ginocchio accanto a lei a lungo.
Joshua entrò e vide che Arakne lo attendeva con la lama di vibroacciaio in pugno.
“Io non userò nessuna armatura” gli disse con tono duro.
“Bene,” le rispose lui allegro “ hai dato un occhiata alle sue caratteristiche a quanto vedo.”.
“Si e non ho nessuna intenzione di sopportare il dolore che mi arrecherà. E comincio a pensare di essermi sbagliata sul tuo conto. Devi essere pazzo, rientri ricoperto di sangue e…”.
Fu così veloce che Arakne non capì come fosse riuscito a toglierle di mano la katana.
Si ritrovò contro il bordo di un tavolo d’acciao, con la mano dell’ assassino che le serrava la gola soffocandola. Cercò di reagire colpendolo ma fu come se percuotesse una roccia. La costrinse supina sul tavolo e le allargò mani e braccia fissandole con cinghie metalliche. Cercò disperatamente di liberarsi mentre lui si dirigeva verso una delle grandi vasche, ma per quanto facesse forza i legami non cedettero.
Lo vide tornare con un contenitore tra le mani. Lo posò accanto e poi cominciò a tagliarle la tuta. Cercò di mordergli un mano e lui rise dicendo: ”Dimentichi di cosa sono fatte, ti spezzeresti i denti.”.
Quando fu nuda lui estrasse una massa di metallo pulsante dalla scatola.
Arakne gridò: “No!”.
Lui le appoggiò la “cosa” sul petto. Istantaneamente sembrò sciogliersi ricoprendo il corpo della ragazza come una sottile pellicola lucente.
Joshua le fece passare delle cinghie attorno alle braccia ed alle gambe. Fissò una larga fascia sopra la vita e le immobilizzò la testa con dei legacci sottili.
“Tra un po’ comincerà il dolore e non voglio che tu ti faccia male” le disse.
Gli occhi della ragazza si colmarono di disperazione: “No, ti prego, non resisterò, ti prego io…”. Lui le mise in bocca un paradenti di gomma forata trattenuto da un piccolo bavaglio metallico: “In effetti alcuni sono impazziti e non hanno sopportato l’armatura. Ma sono sicuro che a te non succederà. Sei una donna forte.”.
Le prime fitte di dolore le attraversarono il corpo e Arakne contrasse i muscoli cercando di inarcare la schiena, trattenuta dai legacci. Un mugolio strozzato le usci dalla bocca e un po’ di saliva colò da sotto il bavaglio.
“Sai” le disse Joshua in tono leggero “stasera ho conosciuto una donna, l’ho invitata a cena. Credo che diventeremo amici. Ho anche lasciato un invito per Raphael, l’ho messo sotto il corpo di una sua amica. Vedrai che domani sera ci divertiremo.”.
Il corpo della ragazza ormai si contraeva ritmicamente ed il mugolio era diventato più acuto, incessante.
“Ora non resta che aspettare che l’armatura prenda possesso del tuo sistema nervoso. Direi che possiamo sentire un po’ di musica nell’attesa.”.
Joshua si avvicinò allo schermo del computer, lo toccò leggermente e le note di un’antica melodia si diffusero.
“E’ di un antico compositore,” disse sedendosi accanto al tavolo su cui era stesa la ragazza “mi piace ascoltare la sua musica. Questa la scrisse per una messa dell’incoronazione, una Krönungsmesse.”.
Le note del Kyrie riempirono l’aria e la voce del soprano si fuse coi lamenti della donna.
Joshua pensò a quanto gli aveva detto la mutaforma: Eloise era viva. Ma questo non cambiava nulla, per lui era come se fosse morta e la colpa di Raphael era semmai ancora più grande. Ripensò a quando l’aveva vista per la prima volta ed invidiò la ragazza sul tavolo, lei poteva ancora piangere per il dolore.




