sabato, 23 agosto 2008
a Thirrin ecco ancora un pezzo di racconto (ormai quasi libro) urban-fantasy.

Ailyn si alzò e fece un paio di passi malfermi, lui le fu subito vicino e la sorresse. Per un istante rimasero immobili. “Mi dispiace” disse lei con la voce un po’ tremante “Le gambe non mi reggono. Mi dia ancora un momento, io… io non avevo  mai visto persone uccise in modo così…voglio dire che...” si interruppe imbarazzata.
Joshua la riprese in braccio, senza alcun sforzo, e la portò negli spogliatoi. La lasciò seduta su una panca ed uscì dicendo: “Fai pure con calma, io aspetterò qua fuori. Mi piacerebbe che tu mi dessi del tu. Credo che l’eccessiva educazione mascheri le vere intenzioni. Un tempo conoscevo politici che usavano un linguaggio tanto formale che a malapena capivo cosa desideravano che io facessi. Anche se, a dire il vero, alla fine volevano sempre la stessa cosa: che io uccidessi per conto loro.”.
Ailyn cominciò a spogliarsi ed entrò in bagno per lavarsi. Sapeva che sarebbe stato inutile tentare di fuggire. Si stupì quando lo sentì dire che viveva da più di sei secoli, ma gli credette.
Sentì che le chiedeva: “Tu credi che ci siano cose che possano esistere per l’eternità?” e continuava non aspettando la risposta “Io penso che sia l’odio che mi mantenga in vita. Tutto l’amore che avevo per Eloise si è trasformato in odio  per chi me l’ha tolta. Credo che solo quando lo ucciderò sarò libero e potrò morire. Ho aspettato a lungo ma alla fine l’ho ritrovato.”.
Lei cominciò a rivestirsi e pensò che fosse a poco poco impazzito. Nessun uomo poteva  vivere per così tanto tempo consumato dall’odio senza essere toccato dalla follia.
Improvvisamente ne fu sicura: l’avrebbe uccisa. Pensò a sua figlia e una tristezza infinita l’invase.
Joshua continuò a parlare, forse ormai solo a se stesso: “Ho trascorso anni a mimetizzarmi. Ho interpretato così a lungo il ruolo dell’assassino che quasi lo sono diventato. Ma quando ho sentito il nome di Raphael i ricordi sono risaliti. Non so se fosse meglio prima, quando il dolore era sepolto in fondo al mio cuore e pulsava sordo e costante. Adesso brucia in tutto il mio corpo. Ricordo quando mi sorrise per la prima volta. Non era bellissima, sai, ma per me in quel momento l’istante si fermò. Avrei voluto danzare con lei al chiaro di luna per l’eternità, invece lui me l’ha portata via. Ora danzo col diavolo e rido alle sue facezie. Se solo potessi dimenticare quel sorriso. Hai mai sofferto Ailyn? Molto tempo fa qualcuno disse che ‘La sofferenza è permanente, oscura e cupa e ha la natura dell'Infinità’.”.
Finì di vestirsi e provò pena per quell’essere tormentato, reso folle dal dolore. Pensò a pochi momenti prima quando  aveva sperato di incontrare qualcuno che la portasse via da quel lavoro. A volte purtroppo i desideri si avverano.
Uscì dallo spogliatoio e lui la guardò inclinando un po’ la testa di lato. Sorrise allegro e disse: “Sei vestita come un’ impiegata di un keiretsu dei piani alti. Sembrerai una segretaria mandata a recuperare il viziato rampollo di un alto dirigente.”.
“A casa non sanno del mio lavoro. Mia figlia si vergognerebbe di me se…”. Si interruppe di colpo, sconvolta, ora lui sapeva, si diede mentalmente della stupida poi la paura la bloccò.
Vide la sua espressione stravolta, si fece serio e le disse: “Non farò del male a te o a tua figlia, te lo prometto. Ora andiamo, devo parlare con quell’uomo, devo scoprire il più possibile sul mio nemico.”.
Uscirono dal locale e si avviarono lungo le strade poco illuminate di quel quartiere dedicato al vizio, Ailyn  lo guidava in silenzio.
Un gruppo di studenti chiassosi li incrociò e uno di essi gridò: “Ehi sorella lascia in pace  il tuo fratellino e vieni a divertirti con noi!”.
Alcuni ragazzini si avvicinarono furtivi spacciando un po’ di felicità.
Dai locali ai lati della strada giungevano offerte per una notte indimenticabile.
Svoltarono in un vicolo e due uomini si pararono davanti, chiedendo un piccolo aiuto per le loro famiglie bisognose, mostrando loro le lame di due coltelli, per essere forse più  convincenti.
Si tirarono indietro impauriti quando videro gli occhi di Joshua.
Alla fine giunsero ad un edificio fatiscente, forse un tempo era stato un hotel quasi rispettabile. Lei  disse: “Abita qui, al sesto piano, la camera in fondo al corridoio di destra. Ora, ti prego, lasciami andare.”.
“Non posso” le rispose “ sarebbe troppo pericoloso per te ritornare. Sali con me, mi aspetterai, non ci metterò molto.
Lei sospirò, rassegnata ma anche contenta  di non rimanere sola.
Un ascensore sferragliante li portò al piano tra  sbuffi di vapore e sussulti. Lui le fece  cenno di attendere e si avviò  verso la fine del lungo corridoio. Quando fu davanti all’ ultima porta scardinò la serratura ed  oltrepasò la soglia. L’appartamento era piccolo e maleodorante, probabilmente composto da quel piccolo soggiorno, una cucina e la camera da letto, che doveva essere la stanza da  cui provenivano grugniti e ansiti. Entrò e vide un letto sfatto dove un uomo di mezz’età si faceva cavalcare da una ragazzina bionda e magra, entrambi nudi. Lei era girata verso la porta  e quando lo vide sgranò gli occhi cacciando un urlo, saltò giù  ed indietreggiò verso l’angolo della  camera.
L’uomo gridò : “E tu chi cazzo sei? Un fottuto guardone? E come sei entrato?”. Si chinò verso un lato del letto e prese qualcosa da terra. Joshua vide che si trattava di un lungo coltello con la lama seghettata, sorrise e disse:”Voglio solo farti un paio di domande”.
La ragazzina cominciò a raccogliere i suoi indumenti sparsi a terra, se li strinse al petto: ”Io non c’entro nulla. Voglio solo i miei soldi e me ne vado. Anzi, no, può tenerseli i soldi. Io me ne vado.”. Si mosse verso la porta ma si bloccò, quel pazzo le aveva tirato un pugno allo stomaco. Abbassò lo sguardo, stupita di non riuscire a muoversi, e vide la  lama che le entrava nel corpo. Rialzò la testa, cercò di parlare ma uno sbocco di sangue glielo impedì. Pensò che il ragazzo che l’aveva uccisa aveva degli strani occhi poi ci fu il buio. Gosh urlò  tirandosi su dal letto, si lanciò verso la finestra ma qualcosa lo trattenne e lo sbattè a terra. “Non mi far perdere tempo.” gli disse Joshua con voce tranquilla “Se rispondi alle mie domande finirà tutto in fretta.”.
Gosh rispose.
Ailyn lo vide ritornare con un espressione pensierosa e preferì non chiedergli nulla. Scesero in strada e si incamminarono in direzione della grande piazza.
Quando furono davanti alla stazione della metropolitana profonda lei si fermò: “Ora posso proseguire da sola, devo solo salire di un paio di livelli e la mia casa è vicina alla stazione.”.
“Vengo con te” fu la risposta “voglio conoscere tua figlia.”
Capì che  non l’avrebbe lasciata  vivere, meglio dunque morire lì, sua figlia almeno si sarebbe salvata.
Lui vide la determinazione sul suo viso: “So dove abiti, me  lo ha detto il barman. Lo aveva scoperto frugando nella tua borsa mentre lavoravi. Penso che in futuro ti avrebbe ricattata.”.
Ailyn lo guardò,  disperata, poi abbassò  la testa ed entrò nella stazione, Joshua la seguì.
Erano soli sulla navetta, fecero il viaggio in silenzio, scesero alla seconda fermata e si ritrovarono ad un livello composto da interminabili file di grigi palazzi. Parallepipedi  tutti uguali, costruiti per dare alloggio ai lavoratori dei grandi keiretsu ovvero di immense multinazionali che operavano su tutto l’universo abitato.
Salirono su un marciapiede mobile che li portò velocemente in un quartiere periferico.
I viali erano bene illuminati e qua e là c’erano addirittura alcuni alberi circondati da aiuole di fiori. Si diressero verso l’entrata di uno degli edifici che circondavano una piccola piazza. Entrarono e furono cortesemente salutati da un portiere. Salirono  su un  ascensore che li portò velocemente e silenziosamente ad uno dei piani alti.
“Dovevi guadagnare bene in quel locale” le disse Joshua “Ma non  credo fosse un lavoro facile. Penso che non ti dispiacerà averlo perso.”.
Lei lo guardò e disse quasi sussurrando “Per favore”.
“Non preoccuparti da adesso in avanti non avrai più problemi” le rispose.
Ailyn aprì la  porta con mano tremante, una voce disse:”Rientri presto. Cosa ti è successo? Forse ti hanno finalmente cambiato il turno di lavoro? O come tuo solito hai combinato un pasticcio?”.
Una donna anziana spuntò al fondo del corridoio d’ingresso e si portò una mano alla bocca soffocando un esclamazione di sorpresa.
“Mamma” disse Ailyn con voce spenta “lui è…”.
“Sono il figlio del suo direttore generale, signora” completò per lei la frase Joshua “Stasera  stava poco bene e l’ho riaccompagnata a casa.”.
La vecchia spalancò gli occhi: “Scusi signore, scusi se l’accolgo in vestaglia. Ma  prego si accomodi. Le preparo un caffè se vuole. Ailyn! Non essere scortese accompagnalo nel salotto, fallo accomodare!.”.
Lui si lasciò  guidare in una  stanza piuttosto ampia, arredata con gusto. Notò alcuni interessanti quadri contemporanei, e, con stupore, una mensola su cui facevano bella  mostra di sè alcune antiche teiere.
Si girò  verso la donna per domandare dove le avesse trovate quando una vocina assonnata chiese: “Mamma? Sei tu?”.
Una bimba di cinque forse sei anni era entrata e si stropicciava gli occhi, lui sorrise vedendo il pigiamino decorato con le immagini di piccoli fiori.
Ailyn si inginocchiò davanti alla figlia e l’abbracciò stretta scoppiando a piangere, sapeva che ora  sarebbero morte.
“Mamma? Perchè piangi?” chiese la bimba  stupita.
In quel momento arrivò la vecchia: “Ma  cosa combini Ailyn? Ma che figura ci fai fare? Ah, capisco, ti hanno licenziata! Siamo rovinati, la tua vecchia madre finirà in un ospizio…”.
“Ma no signora” la interruppe Joshua con voce gentile “E’ solo che sua figlia non si sente molto bene.”
“Tu chi sei?” chiese la bambina guardandolo con i suoi occhi azzurri.
“Mi chiamo Joshua” rispose lui “ e tu come ti chiami?”.
“Ely,  signore, mi chiamo Ely. Cioè, così mi chiamano mamma e nonna. E’ il mio nome corto. Quello lungo è Eloise.”.
Ailyn strinse più forte la figlia,  “ora ci uccide” pensò e chiuse gli occhi.
Le sembrò passasse un tempo infinito, poi sentì Ely che le diceva:”Mamma, mi fai male!”.
Allentò la stretta e udì la voce di sua madre che giungeva  dall’ ingresso: “Grazie signore,grazie. Si glielo dirò. Grazie, lei è troppo buono.”.
Sentì chiudere la porta e sua madre rientro nel salotto.
“Non so cosa  hai combinato Ailyn ma quel ragazzo dice che non occorre che torni al lavoro. Ha detto che verrà a prenderti domani sera, ti porta a cena. Ah figlia mia forse la nostra fortuna è fatta. Guarda, ti ha lasciato anche un po’ di soldi, ha detto di prendere un abito.”.
Lei guardò stralunata il  cristallo di credito nella mano della  madre, notandone il colore dorato. Lo prese con mano tremante e lo inserì nel lettore dell’ homepc. Scoprì di essere una donna  ricca.

Joshua ritornò al livello inferiore, ora doveva occuparsi di Arakne. Era giunto il momento di farle indossare l’armatura. Intendeva anche scoprire chi lo stava seguendo da quando era uscito dallo strip-bar. Chiunque fosse era estremamente abile e, probabilmente, molto pericoloso.
Decise di affrontarlo, si inoltrò in vicoli sempre più stretti e bui fino a  quando ne imboccò uno senza uscita. Si fermò e domandò ad alta voce:  “Chi sei e cosa vuoi da me?”.
Udì un ruggito feroce e subito dopo un grande felino lo aggredì. Joshua evitò l’attacco con facilità  e la bestia atterrò  alle sue spalle. Ruggì ancora con violenza piroettò su se stessa e ritornò all’attacco con un balzo poderoso. Lui l’intercettò a mezz’aria, artigli e metallo si scontrarono stridendo. L’animale piombò pesantemente al suolo emettendo un brontolio strozzato, cercò di rialzarsi ma ricadde. Tentò ancora e riuscì a trascinarsi verso il muro strisciando le zampe posteriori. Joshua si avvicinò, seduta con la  schiena appoggiata al muro c’era una ragazza con una profonda ferita sul fianco sinistro.
“Tu devi essere l’animale di Raphael” le disse “Ti ha mandato ad uccidermi? Forse non ti ha spiegato bene chi sono vero?”.
Lei lo guardò con odio, ansimando per il dolore, e quando si chinò per osservarla meglio gli sputò in faccia.
Si ripulì con calma usando una manica sbrindellata:”Se avessi avuto un braccio  vero me lo avresti staccato, sei stata veloce. Eppure il tuo padrone sapeva che ti avrebbe mandata a morire.”.
La guardò con attenzione poi esclamò allegro.”Ah, capisco, sei innamorata di lui. E sei venuta di testa tua. Eh, l’amore fa  fare cose assurde ragazza mia, io lo so bene.”.
Le mise una mano sotto il mento rialzandole la testa, lei cercò debolmente di allontanarlo, senza riuscirci.
“Mi dispiace” continuò pacato “credo che la mia lama abbia toccato la tua colonna vertebrale. Vorrei che mi  dicessi dov’è colui che ha ucciso mia moglie, ma non ho abbastanza tempo da perdere.”
“Eloise non è morta” gli disse lei con odio “ adesso sta con lui e tu sei solo un povero stupido.”.
Per un lungo momento ci fu silenzio, rotto solo dall’ansito della mutaforma.
“Capirai” le disse con voce terribilmente calma “ che ora voglio sapere  qualcosa di più a riguardo.”.
Lei serrò le labbra assumendo un espressione ostinata, lui sospirò e le prese una  mano: “Dalla vita in giù credo che sei insensibile ormai, ma mi rimane ancora molto su cui lavorare.”. Con una mossa rapida le  spezzò l’indice, l’urlo di Sofia rieccheggiò tra le pareti del vicolo.

Raphael si muoveva  veloce, doveva trovarla in fretta. Quando si era accorto che si era allontanata aveva temuto che avesse fatto una sciocchezza. Sofia lo considerava il suo padrone e non si allontanava mai senza prima domandare il permesso. Aveva cercato molte volte di spiegarle che per lui era un’amica e non una proprietà, ma senza successo. Si diede dello stupido, avrebbe dovuto prevedere come avrebbe reagito se qualcosa o qualcuno lo avesse minacciato.
Alla fine controllò i vicoli nelle vicinanze del bar dove avevano incontrato la  ragazza.
La trovò in uno di essi, addossata ad un muro, devastata da innumerevoli ferite. Pareva che la  parte superiore del suo corpo fosse stata praticamente scuoiata, solo il viso era  intatto. Si chinò accanto a lei e le prese la testa tra  le mani chiamandola sottovoce.
Lei aprì gli occhi e lo guardò, la  sua voce era fievole: “Mi fa tanto male padrone. Ma ho voluto aspettarti, ero sicura che saresti venuto.”.
“Non parlare” le disse lui con voce rotta “ti porto a casa. Non parlare amica mia, non dire che sono il tuo padrone.”.
“Ti prego” gli rispose “non mi spostare, ho tanto male. Io volevo solo vederti ancora, volevo dirti che lui sa che Eloise è viva. Ma io non gli ho detto chi è, io…”. Un colpo di tosse la interruppe, proseguì con fatica: “L’ami tanto vero?”. Lui annuì incapace di parlare. “Ma tu sei il mio padrone” proseguì lei con la voce sempre più fievole “ ed io sono tua…e tu mi hai voluto un po’ di bene vero?”.
“Si Sofia, ti voglio bene.” le rispose, voleva continuare a parlarle ma si accorse che non lo avrebbe più sentito.
Rimase in ginocchio accanto a lei a lungo.

 Joshua entrò e vide che Arakne lo attendeva con la lama di vibroacciaio in pugno.
“Io non userò nessuna armatura” gli disse con tono duro.
“Bene,” le rispose lui allegro “ hai dato un occhiata alle sue caratteristiche a quanto vedo.”.
“Si e non ho nessuna intenzione di sopportare il dolore che mi arrecherà. E comincio a  pensare di essermi sbagliata sul tuo conto. Devi essere pazzo, rientri  ricoperto di sangue e…”.
Fu così veloce che Arakne non capì come fosse riuscito a toglierle di mano la katana.
Si ritrovò contro il bordo di un tavolo d’acciao, con la mano dell’ assassino che le serrava la gola soffocandola. Cercò di reagire colpendolo ma fu come se percuotesse una roccia. La costrinse supina sul tavolo e le allargò mani e braccia  fissandole con cinghie metalliche. Cercò disperatamente di liberarsi mentre lui si dirigeva  verso una delle grandi vasche, ma per quanto facesse forza i legami non cedettero.
Lo vide tornare con un contenitore tra le mani. Lo posò accanto e poi cominciò a tagliarle la tuta. Cercò di mordergli un mano e lui rise dicendo: ”Dimentichi di cosa sono fatte, ti spezzeresti i denti.”.
Quando fu nuda lui estrasse una massa di metallo pulsante dalla scatola.
Arakne gridò: “No!”.
Lui le appoggiò la “cosa” sul petto. Istantaneamente sembrò sciogliersi ricoprendo il corpo della ragazza come una sottile pellicola lucente.
Joshua le fece passare delle cinghie attorno alle braccia ed alle gambe. Fissò una larga fascia sopra la vita e le immobilizzò la testa con dei legacci sottili.
“Tra un po’ comincerà il dolore e non voglio che tu ti faccia male” le disse.
Gli occhi della  ragazza si colmarono di disperazione: “No, ti prego, non  resisterò,  ti prego io…”. Lui le mise in bocca un paradenti di gomma forata trattenuto da un piccolo bavaglio  metallico: “In effetti alcuni sono impazziti e non hanno sopportato l’armatura. Ma  sono sicuro che a te non succederà. Sei una donna forte.”.
Le prime fitte di dolore  le attraversarono il corpo e Arakne contrasse i muscoli cercando di inarcare la  schiena, trattenuta dai legacci. Un mugolio strozzato le usci dalla bocca e  un po’ di saliva colò da sotto il bavaglio.
“Sai” le disse Joshua in tono leggero “stasera  ho conosciuto una donna, l’ho invitata a cena. Credo che diventeremo amici. Ho anche lasciato un invito per  Raphael, l’ho messo sotto il corpo di una  sua amica. Vedrai che domani sera  ci divertiremo.”.
Il corpo della ragazza ormai si contraeva ritmicamente ed il mugolio era diventato  più acuto, incessante.
“Ora non resta che aspettare che l’armatura prenda possesso del tuo sistema nervoso. Direi che possiamo sentire un po’ di musica nell’attesa.”.
Joshua si avvicinò allo schermo del computer, lo toccò leggermente e le note di un’antica melodia si diffusero.
“E’ di un antico compositore,” disse sedendosi accanto al tavolo su cui era stesa la ragazza “mi piace ascoltare la sua musica. Questa la  scrisse per una  messa dell’incoronazione, una Krönungsmesse.”.
Le note del Kyrie riempirono l’aria e la  voce del soprano si fuse coi lamenti della donna.
Joshua pensò a  quanto gli aveva detto la mutaforma: Eloise era viva. Ma questo non cambiava nulla, per lui era come se fosse morta e la colpa di Raphael era semmai ancora più grande. Ripensò a quando l’aveva  vista per la prima volta ed invidiò la ragazza sul tavolo, lei poteva ancora piangere per il dolore.
postato da: Valberici alle ore 23/08/2008 20:24 | Permalink | commenti (5)
categoria:sanctuary
giovedì, 31 luglio 2008
un po' del mio racconto.
Per i coraggiosi che lo leggeranno un piccolo avvertimento: la prima parte è piuttosto "mielosa" ma alla fine "scorre il sangue e si spargono le viscere". 
C'è anche una citazione tratta da un capolavoro, vediamo se qualcuno indovina il titolo del fumetto
.

Lysa guardò stupita Raphael poi rivolse di nuovo la sua attenzione all’ oloimmagine.
“E’ una lunga storia.” disse Eloise con voce pacata “Cercherò di raccontartela brevemente, tra poco i tranquillanti cominceranno a perdere efficacia e dovrai essere di nuovo sedata.”.
”Voi mi avete ingannata!” urlò Lysa “Mi avete usata! E non pensate che io vi creda. E’ tutta una mascherata. Voi non potete essere una donna morta più di cinque secoli fa. Forse posso credere che un arkangel, ma voi…”.
“Calmati,  ascoltala e capirai” le disse Raphael appoggiandole una mano sulla spalla. Lei tacque e si limitò a lanciare occhiate di furioso sdegno.
“Quando la guerra finì” proseguì la donna con calma “ mi resi conto che l’umanità rischiava di essere dominata da una tirannia. L’improvvisa unificazione di tutte le nazioni e l’energia controllata dagli scienziati avrebbe fatalmente portato ad una oligarchia. Tutti i modelli previsionali che elaborai indicavano che l’uomo non avrebbe potuto evolversi. Sarebbe fatalmente andato incontro all’ estinzione. Allora io e Raphael siamo ricorsi alla mia ultima invenzione: la macchina del tempo.”.
“Non è possibile viaggiare nel tempo!” la interruppe la ragazza.
“Non si può tornare indietro ma si può andare avanti” la corresse Eloise. Ora il suo sguardo si era fatto ancor più determinato mentre i ricordi affluivano nei suoi pensieri.
“E’ possibile trasmettere le ‘informazioni’ dei nostri corpi e ricostruirli in un probabile futuro. Esso diventerà reale nel momento stesso in cui si viene reintegrati e lo si osserva.
Ma lasciamo stare, per ora, la teoria. Quello che conta è che avevo ragione. L’umanità è sotto il dominio di un tiranno: Rouke. Egli governa usando la scienza e la religione, ma le tue scoperte possono distruggerlo. Ecco perchè ti dobbiamo proteggere. Per la prima volta esiste qualcuno la cui mente è simile a quella del santo Riemann e questo qualcuno sei tu.”.
Lysa cominciò a tremare violentemente, cercò di parlare ma dalle labbra le uscì solo un confuso borbottio. L’arkangel le appoggiò sul collo una pneumosiriga e le iniettò un cocktail di tranquillanti. La prese tra le braccia mentre sprofondava nell’ incoscienza e l’adagiò. Si assicurò che respirasse normalmente e controllò i suoi parametri vitali con un  medisensor. Diede un ultima, lunga occhiata alla ragazza ed uscì dalla stanzetta mentre la parete si richiudeva alle sue spalle. Si sedette ad un  tavolo e posò il trasmettitore che aveva preso con sé.
Guardò l’immagine di Eloise che si stabilizzava e disse: “Pensi che crederà alla storia del tiranno? E’ molto intelligente e potrebbe arrivare alla verità prima di quanto pensiamo. Presto si accorgerà che chi ha creato una macchina del tempo, doveva essere a conoscenza di ciò che lei crede di essere stata la prima a scoprire.”.
Lei lo guardò  con durezza: “E’ necessario che lei non sappia ancora la verità. Ora dovrà addestrarsi per riuscire a controllare il suo nuovo corpo. Non avrà molto tempo per pensare e ci sarai tu per distrarla e fugare i suoi dubbi.”.
Raphael rimase in silenzio per un lungo momento poi sussurrò un nome: “Joshua”.
“Sì, ho saputo che Arakne lo ha trovato.” rispose lei, la determinazione nella sua voce sostituita da qualcos’altro, forse rimpianto “A differenza di noi è vissuto per più di cinque secoli. Probabilmente è diventato molto potente, era divorato dal desiderio di vendetta. Potrebbe addirittura essere impazzito, nessun umano è mai vissuto tanto a lungo. Dovrai stare molto attento.”.
L’arkangel esibì un sorriso malinconico:  “Io l’ho crudelmente mutilato, gli ho inflitto un’eterna sofferenza e gli ho tolto la donna che amava. Quando ci incontreremo sarà lui che meriterà la vittoria.”.
“No!” fu la secca risposta “ Sono io che l’ho lasciato, io ho scelto di amarti. Se c’è una colpa allora è la mia colpa. Quando scoprirà che io non sono morta il suo odio si rivolgerà verso di me.”.
“Ah, Eloise,” la interruppe con tono appassionato “cessiamo di combattere. Vieni con me, ci troveremo un posto tranquillo. Dimentichiamoci del destino dell’ umanità. Guardati,  stai invecchiando, tra poche decine di anni morirai. Che ne sarà di me allora?.”. Lei gli sorrise teneramente:” Capisco, sono già troppo anziana per te.”.
Una lacrima scese sulla guancia di Raphael: “ Sei bella come il primo giorno in cui ti vidi. Ed io ti amo così come allora. Ma ora sento che ci stiamo avvicinando allo scontro finale e temo per te. Io non sono più quello che ero in passato, non voglio più uccidere,  non voglio più combattere. Il nostro amore mi ha cambiato, Eloise, temo di essere debole e di non poterti più difendere”.
Eloise allungò una  mano quasi potesse toccarlo: “Non essere triste, ho compiuto la mia scelta  molto tempo fa e non ne sono pentita. Proteggiamo la  ragazza fino a quando non si compirà il suo destino. Dopo lascerò che lei conduca la sua lotta  ed io ti seguirò, ovunque tu vorrai, te lo prometto amore mio.”.

Arakne cercò di ricordare quando erano stati  distrutti gli arkangel. La risposta  che le salì alla mente la fece esclamare: “Ma se tu hai combattuto con Raphael devi avere più  di cinque secoli!”.
“597 anni per essere precisi” le disse Joshua mentre si dirigeva verso uno dei grandi armadi metallici, lo apriva e si rinchiudeva al suo interno.
La sua voce continuò a sentirsi anche se attuttita: “Eloise, quando mi ha  ricostruito, mi ha reso in qualche modo simile ad un arkangel. Ha usato delle nanomacchine che continuano a ricreare i miei tessuti. Le protesi invece le ho cambiate e migliorate io stesso. Solo gli occhi sono ancora quelli che mi donò lei.”.
Uscì da quello che forse non era proprio un armadio e l’inquisitrice si stupì per l’ennesima volta. Il suo aspetto era completamente cambiato. Ora davanti a  lei stava un  ragazzo ventenne, dai folti capelli arruffati e l’espressione che ha generalmente chi passa il suo tempo sui libri: timida e sognante. Indossava l’uniforme da universitario: tunica blu e pantaloni dello stesso colore, sul braccio aveva un mantello.
Joshua proruppe in una strana risata, quasi folle: “A volte non ricordo nemmeno più qual’era il mio vero aspetto.”.
“Ora tu mi aspetterai qui” continuò in modo serio “Io andrò ad  indagare e cercherò di scoprire dove si nasconde Raphael. Naturalmente non cercherò di affrontarlo, non sono, non siamo ancora pronti.”.
Si diresse verso una parete dove si aprì una porta. Prima di uscire si girò verso la stupefatta Arakne e disse: “Tu intanto ambientati, dev’esserci anche del cibo, da qualche parte. Dai anche un occhiata al funzionamento dell’armatura, trovi la descrizione nel computer.”. Prima che la ragazza potesse replicare se ne andò.
Decise di percorrere uno dei corridoi che lo avrebbe portato in uno stretto vicolo, a pochi isolati dallo strip-bar dove gli assassini avevano individuato la ragazza.
Appena fu all’ esterno indossò il lungo mantello, avrebbe  celato la  sua uniforme ma non del tutto. Pensava che così lo avrebbero scambiato per un ragazzo ricco che cercava   un po’ di trasgressione. Quando arrivò al locale vide che mancava ancora più di un’ora all’apertura. Non se ne preoccupò, spinse con decisione la porta e la serratura saltò con un sordo rumore.
Entrò nel locale ancora in penombra e si guardò intorno. Vide che al bar c’erano tre uomini che conversavano animatamente, quello dietro al bancone alzò lo sguardo e gridò:“Ehi, guarda che siamo ancora chiusi!”. Non ci fece caso e si diresse verso di loro, in silenzio.
Il barman scrutò ben bene l’individuo appena entrato, dopo quello che era  successo un paio di sere addietro si era fatto cauto. Stavolta si convinse che si trattava davvero di uno studente inoffensivo, bastava guardarlo in viso. Si decise:”Cazzo! Ma non sai leggere il cartello? Dice che siamo chiusi. Vattene stronzetto e torna più tardi.”.
Joshua continuò ad avanzare e si sedette su uno degli sgabelli, accanto ad uno dei due uomini, piuttosto grossi, probabilmente buttafuori. Studiò il viso del più vicino, attraversato da una vecchia cicatrice, sorrise, distolse lo sguardo e chiese: “Vorrei solo chiedervi un paio di informazioni”.
Il barman si scocciò: ”Sei stupido? O sei sordo? Ho detto che siamo chiusi. Esci ora con le tue gambe altrimenti dico hai ragazzi di sbatterti fuori.”. Poi vide gli occhi del ragazzo cambiare colore e si spaventò: “Ragazzi, buttatelo fuori, buttate fuori ‘sto stronzo!”. L’uomo sfregiato l’afferrò per un braccio e cercò  di strattonarlo. Joshua lo guardò divertito:”Certo che al giorno d’oggi non esiste più l’educazione.”.
Il buttafuori sgranò gli occhi quando si accorse che non riusciva a spostare quel tipo di un solo millimetro. Si girò verso il suo collega gridando: ”Jeb! Fai attenzione non è…”.
Qualcosa gli tagliò la gola e la sua voce si spense in un gorgoglio. Il sangue schizzò sul bancone e il barista emise uno squittio spaventato. Jeb cercò di estrarre una pistola ma poi rinunciò, aveva bisogno di tutte due le mani per trattenere i visceri che gli uscivano dall’ addome squarciato. Aprì la bocca per urlare ma una lama lo colse sotto il mento e gliela richiuse, aprendosi la strada fino al cervello.
Cadde a terra, scalciò un paio di volte e poi si immobilizzò.
Joshua si appoggiò al bancone e fissò l’uomo rimasto vivo: “Ora vorrei che tu rispondessi ad un paio di domande.”.
Il barman credette di stare per svenire. Quello che l’aveva terrorizzato non era stata la morte dei due buttafuori. Era in quel giro da molto tempo e ne aveva viste tante: regolamenti di conti, pazzi scatenati, bande rivali. No, quello che lo aveva spaventato a morte era quello che era certo di aver visto. Quel tipo non aveva impugnato un coltello. Era stata la sua mano che si era trasformata in una lama.
Cercò  di parlare ma non ci riuscì. Improvvisamente si trovò l’assassino di fianco, doveva aver scavalcato il bancone, così veloce che non l’aveva nemmeno visto.
Joshua prese una bottiglia di vodka e ne versò un po’ in un bicchiere che porse al barista: “Bevi.”. Aspettò che finisse, il liquore gli sfuggì in parte lungo il mento. Gli riprese il   bicchiere dalla mano tremante e glielo riempì nuovamente. Attese che terminasse la seconda bevuta poi gli appoggiò una mano sulla spalla: “Ora risponderai alle mie domande, vero?.”

Ailyn entrò dal retro, si cambiò negli spogliatoi indossando la sua esigua uniforme. Tra poco avrebbe cominciato a servire ed intrattenere i primi clienti. Più tardi sarebbero arrivate le altre ragazze e la nottata sarebbe entrata nel vivo.
Sospirò, era stanca di quel lavoro, ma la pagavano bene e lei aveva una figlia da mantenere. Avrebbe stretto i denti e continuato, magari un giorno sarebbe arrivato un uomo che si sarebbe innamorata di lei e l’avrebbe sposata. Rise tra sé pensando all’ improbabilità di un tale evento ed entrò nel locale usando la porticina di fianco al bar.
Si accorse che stava calpestando qualcosa di appiccicoso e imprecò sottovoce. Probabilmente qualcuno aveva già vomitato ed a quest’ora sarebbe toccato a lei ripulire.
Guardò meglio e vide che stava calpestando qualcosa che aveva uno strano colore iridescente. Non capì subito, pensò a del lattex bagnato, forse un attrezzo di scena.
Alzò un po’ lo sguardo e vide che quel qualcosa fuoriusciva dal ventre di un uomo steso a terra. Rialzò la testa di scatto quando comprese che stava guardando l’intestino di un uomo. Sul bancone la testa di Jeb la fissò con gli occhi sgranati. Aprì la bocca per gridare, annaspò e riuscì solo a produrre un suono rauco.
“Ti chiami Ailyn, giusto?” le disse Joshua.
La donna lo guardò, era appoggiato al bancone, dall’altra parte vide il barman inchiodato al muro, una  sbarra di ferro lo trapassava.
Ailyn sentì un liquido caldo che le colava lungo le gambe tremanti,
Joshua vide la pozza di urina allargarsi ai piedi della cameriera e se ne dispiaque. Non aveva intenzione di spaventarla e fu con voce triste che le disse: ”Mi dispiace infinitamente, a volte mi dimentico che la morte può sembrare spaventosa. Ma ti assicuro che non hanno sofferto  più del necessario. Ho solo fatto un po’ di messinscena  per la polizia, così penseranno ad un regolamento di conti tra bande rivali.”.
Si avvicinò alla donna quando capì che stava per svenire, la sorresse e la prese in braccio.
La  portò fino ad un piccolo divano e la depositò, allontanandosi di un paio di passi.
“Sai,” le disse con voce tranquilla “molto tempo fa ho letto un bellissimo poema epico. La protagonista era la Morte e suo fratello Sogno. Mi ricordo alcuni versi:
<<La Morte è oggi al mio cospetto: come il sollievo per l'ammalato, come un giardino in fiore dopo la malattia.>>
<<La Morte è oggi al mio cospetto: come effluvio di mirra, come una vela mossa da un buon vento>>
<<La Morte è oggi al mio cospetto: come il corso d'un ruscello, come un uomo che torna a casa dalla galea>>>
<<La Morte è oggi al mio cospetto: come la dimora tanto agognata dopo anni di prigionia.>> .
Fu allora che compresi che non bisogna aver paura di morire.”.
Ailyn lo guardò, stupita dalla bellezza di quei versi. Stranamente la paura gli stava passando. Ora si vergognava di essersi bagnata.
L’ uomo sembrò intuirlo perchè le disse: “Non preoccuparti. Durante la  battaglia di Amarath mi feci addosso ben di peggio quando i nemici attaccarono in massa il mio caccia interstellare.”. Sorrise e continuò: “Ma mi sono dimenticato di presentarmi. Mi chiamo Joshua e sto cercando l’assassino di mia moglie. Dopo che ti sarai cambiata mi dovresti accompagnare a  casa di un uomo che si fa chiamare Gosh.”
postato da: Valberici alle ore 31/07/2008 22:32 | Permalink | commenti (13)
categoria:sanctuary
lunedì, 28 luglio 2008
escogitato da Fab, che ringrazio per l'"omaggio", continuo l' urban-fantasy.

Il Venerabile Primo Matematico Mons. Rouke fece un cenno al suo Supremo  Inquisitore, invitandola ad avvicinarsi.
Per un lungo istante rimase in silenzio riflettendo se non fosse troppo giovane per il compito che intendeva assegnarle. Il Gran Consiglio era stato fortemente avverso alla sua nomina, alcuni vecchi Maestri Matematici erano rimasti egualmente contrariati dalla sua età e dal suo sesso. Quando la scelse aveva 28 anni e nei due da allora trascorsi non lo aveva mai deluso. Era sempre stata efficiente e determinata nell’ estirpare qualunque eresia, vera o presunta che fosse.
Rouke le rivolse una lunga occhiata indagatrice ed annuì soddisfatto. Davanti a lui stava una giovane donna dai corti capelli biondi e gli occhi azzurro ghiaccio, non molto dissimile dalla piccola  orfana che aveva accolto nella Corporazione.
In quel tempo era il più giovane Maestro Matematico che mai si fosse seduto nel Gran Consiglio e lei era stato un investimento per il futuro. Ora avrebbe saputo se sarebbe stato ripagato.
“Abbiamo un grosso problema, Arakne” esordì chiamandola col suo nome di battesimo, unico a cui lei lo permettesse.
Lei percepì la leggera tensione presente nella voce del suo mentore e se ne stupì. Guardò meglio la massiccia e benevola figura, la testa ormai calva, il viso largo e sereno. Era identico all’ immagine che tutti gli abitanti di Sanctuary vedevano ogni giorno nelle olotrasmissioni. Il volto di un padrone severo ma giusto, più simile ad un padre che ad un dittatore. Una sola cosa differiva in questo momento: il suo sguardo. I suoi occhi color dell’ ossidiana  erano insolitamente duri e lei pensò di scorgere anche un piccolo riflesso di paura. Rimase per un attimo sgomenta, era inconcepibile che l’uomo che venerava come un dio provasse qualcosa di simile al timore.
Rouke azionò un oloproiettore e rimase in silenzio mentre le immagini della morte dei due assalitori di Lysa si materializzavano. Arakne ebbe un sussulto quando vide Raphael e le sue lame di bioacciaio.
“Si, si tratta di un arkangel” disse il Primo Matematico.
“E’ impossibile!” lo interruppe l’ inquisitrice “Quei mostri furono distrutti dalla santa Eloise”.
“Ci sono alcune cose che non sai.” continuò l’uomo con calma “Ci sono segreti di cui solo io sono a conoscenza e che non posso divulgare. Ti basti sapere che  quell’arkangel sta proteggendo la ragazza che hai visto, e lo farà a costo della sua stessa vita. Il tuo compito è di ucciderla, nel più breve tempo possibile.” fece una  piccola pausa fissando intensamente la donna “Il destino del nostro mondo e dell’ intero universo dipende da quella ragazzina. Se sopravvive tutto quello che conosciamo andrà distrutto e sarà il tempo dell’armageddon. Io ora ho assoluto bisogno che tu sia sincera e mi dici se riuscirai ad ucciderla. Tutte le risorse della Corporazione saranno a tua disposizione ed avrai il comando assoluto, risponderai solo ed esclusivamente a me. Allora, dimmi, ce la farai, Arakne? Riuscirai nell’ impossibile e non mi deluderai?”.
L’ inquisitrice rimase in silenzio per alcuni minuti poi rispose, la sua voce era ferma: “Si monsignore. Riuscirò nell’ impresa, non si pentirà di avermi assegnato questo incarico.”. Rouke assentì sorridendo e la congedò con un gesto amichevole dicendo: “So che riuscirai, hai la mia benedizione, che il santo Riemann ti dia forza e coraggio.”.
Lei si inchinò ed uscì dal sontuoso ufficio. Stava già pensando alla sua prima mossa, avrebbe reclutato l’uomo di cui era stata cancellata  l’esistenza. L’assassino che aveva scoperto solo per un colpo di fortuna, in un vecchio archivio dimenticato.
Quando l’inquisitrice se ne fu andata il Primo Matematico sorrise compiaciuto. Sapeva  che la sua protetta avrebbe contattato l’unico uomo che era riuscito a sconfiggerlo. Lui stesso aveva fatto in modo che ne venisse a conoscenza. Il suo sorriso si accentuò diventando un ghigno amaro quando pensò a come avrebbe preso la notizia che Raphael era vivo. Non dubitava che l’antico odio sarebbe esploso violentemente e l’assassino sarebbe tornato ad uccidere. “Ah,  Eloise,” sussurrò malinconico “la vittoria sarà mia.”.
Arakne fece atterrare il piccolo aleiottero e scese  guardandosi attorno. Si era tolta l’uniforme da Supremo Inquisitore ed  ora indossava una tuta nera di fibra aramidica. Non aveva armi ad eccezione di una katana in vibroacciaio che portava  di traverso sulla  schiena: fissaggio magnetico, impugnatura  in basso a  destra.
Si trovava all’estrema periferia della megalopoli, alcune delle miserabili casupole avevano persino un piccolo giardino. La donna  rabbrividì al pensiero di una abitazione con della terra e dei vegetali che l’attorniavano, disgustoso.
Poco lontano un vecchio dai capelli bianchi sembrava intento ad estirpare erbacce davanti ad una misera casa. Vide che una ragazzina dai capelli neri  lo stava aiutando.  Decise di domandare loro dove abitasse colui che stava cercando. Si avvicinò e l’uomo si raddrizzò fissandola con un paio di occhi straordinariamente azzurri. Arakne capì che si era  sbagliata sull’età, il colore dei capelli l’aveva  tratta in inganno, non doveva avere più di cinquant’anni. “Sto cercando una persona” li apostrofò con durezza “ si chiama Joshua, o almeno così si faceva chiamare un tempo. Abita in questo quartiere al numero 11010.”. L’uomo continuò a fissarla in silenzio, tanto che lei stava  per ripetere la domanda quando parlò, rivolgendosi alla ragazzina: “Vai a comprare un po’ di the per la signora”. “Ma, non ne abbiamo bisogno” fu la stupita risposta. Il tono della voce si fece duro: ”Vai Asuke, non discutere, di a  Juan di metterlo sul mio conto.”.
Rimasero in silenzio mentre la ragazzina si allontanava poi lui disse: “Sono io Joshua, andiamo in casa, mi dirai cosa cerchi.”.
Arakne rimase un attimo interdetta, quell’uomo di mezz’età non le sembrava affatto uno spietato assassino. Sapeva però che spesso le apparenze ingannano e  quando lo seguì nella casupola non abbassò la guardia.
Entrarono in una piccola cucina e le fece segno di accomodarsi. Lei scosse la testa rifiutando e si accertò di avere abbastanza spazio per estrarre la katana. Con noncuranza appoggiò la mano destra sul fianco, avvicinandola all’ impugnatura  della spada. Ma dall’ uomo non veniva alcun senso di minaccia, si limitò a  sedersi stancamente, sospirando.
“Mi chiamo Futanagi” si presentò “Faccio parte della  Corporazione dei Matematici e vorremmo avvalerci dei tuoi servizi. Vogliamo che tu uccida…”.
“Non capisco” la interruppe Joshua con la voce un po’ tremante “Io non ho mai ucciso nessuno. Vivo qui con la mia nipotina. Non capisco. Scusatemi, non mi sento bene, ho bisogno di un sorso d’acqua.”. Arakne fece un passo indietro e mise la mano sull’impugnatura  quando si alzò. Ma l’uomo si limitò a prendere una  bottiglia da un refrigeratore, borbottando qualcosa e versando un po’ d’acqua in un bicchiere.
Tornò  al tavolo, lo spazzò con una mano sollevando un po’ di polvere e posò il bicchiere: “Scusate, non faccio spesso pulizia, sono vecchio”. L’ inquisitrice pensò che forse il suo primo giudizio era esatto, ora l’uomo le  pareva davvero anziano, probabilmente era discretamente in forma  ma ora lo stress ne svelava la vera età.
Cominciò a credere di essersi sbagliata, evidentemente si trattava di un’omonimia.
Improvvisamente un lungo coltello ricurvo comparve nella mano dell’assassino.
Arakne reagì immediatamente cercando di estrarre la spada ma le sembrò di muoversi all’interno di un liquido vischioso. Con orrore vide l’uomo che le si avvicinava e la urtava con una spalla facendola cadere. Cercò  di rotolare ma lui le fu sopra e la inchiodò al pavimento sedendole sul petto, con le ginocchia che bloccavano le braccia. Sentì sul collo il freddo della lama, credette che fosse finita. Il rimpianto per aver deluso Rouke le attraversò la  mente.
“Ora dimmi chi sei veramente e perché sei qui.”.
L’inquisitrice notò che la voce dell’assassino era cambiata, era  diventata  poco più  di un sussurro, fredda come il ghiaccio. Anche le iridi non erano più azzurre ma blu, così scure da sembrare nere. Decise che non avrebbe parlato, si vergognava di aver fallito e desiderava morire.
L’assassino sorrise: “Voglio venirti incontro. So che ti chiami Arakne e sei il Supremo Inquisitore. So che quel bastardo di Rouke ti ha cresciuta perchè tu sia il  suo cane da guardia. Quello che non so è perchè abbia  rotto il nostro piccolo accordo e ti abbia  mandata  da me.”. Fece una piccola pausa e, quando vide che la donna non  accennava a parlare, continuò: “Non ho ne tempo ne voglia di usare una sonda  mentale. Per questo  ti informo che se non me lo dici ti infilo il coltello tra  le vertebre cervicali e poi ti vendo ad un  bordello del livello inferiore. Ci sono sempre dei gentiluomini che amano i diversamente abili.”. Arakne per la  prima volta nella sua vita  ebbe paura, non temeva  la morte ma non voleva morire senza alcuna dignità.
“Il Primo Matematico vuole che tu uccida una arkangel di nome Raphael!” esclamò tutto d’un fiato, vergognandosi della  sua debolezza.
Ma la paura appena provata non fu nulla rispetto al terrore che le provocò l’espressione dell’assassino.
Il viso dell’ uomo fu distorto da una rabbia devastante, i suoi occhi ora erano completamente rossi e un ringhio agghiacciante gli usciva dalle labbra.
Durò per un istante poi Joshua si alzò lasciandola libera.
Arakne cercò di alzarsi ma le girò la testa e riuscì solo a  mettersi seduta sul pavimento.
“Hai inalato della psicotropina” disse l’assassino “La prossima volta devi stare più attenta  ai mobili impolverati. Tra qualche minuto starai meglio. Aspettami qui, io devo sistemare mia nipote poi prenderemo il tuo aleiottero e cominceremo la caccia.”.
Lei lo fissò stupita e disse: “Non vuoi le prove che l’arkangel esiste?”.
Lui la guardo e gli occhi si tinsero nuovamente di rosso mentre rispondeva: “Deve essere vero, Rouke non avrebbe infranto l’accordo senza un motivo dannatamente buono. Sa che altrimenti lo avrei ucciso.”.
Arakne volle replicare ma si accorse che la stanza era vuota.



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categoria:sanctuary
giovedì, 24 luglio 2008
per esercitarmi nella difficile arte dell' urban fantasy. Se qualcuno vuole leggere le altre parti le trova sotto la categoria. sanctuary.

Si risvegliò lentamente, timorosa di aprire gli occhi. Prima di farlo tastò con le mani accorgendosi di giacere supina su qualcosa di morbido. Socchiuse le palpebre con cautela e scoprì di essere in una piccola stanza. Sembrava non ci fossero aperture, la  luce era morbida e diffusa, le pareti erano di un grigio uniforme.
L’avevano adagiata su un piccolo letto ed ora indossava una lunga camicia legata sulla schiena, come quella che si mette ai malati.
Si accorse con sgomento che sotto di essa era nuda.
La paura cominciò ad invaderla, si chiese cosa le avessero fatto. In bocca sentiva uno strano sapore, quasi metallico. Decise di mettersi a sedere, si alzò lentamente ma la stanza cominciò a girare vorticosamente. Si puntellò con le mani e resistette, a poco a poco le pareti si fermarono. Cercò di pensare a quello che era appena successo. La sua mente si rifiutava ancora  di accettare  la realtà: aveva incontrato un arkangel.
Scavò nella memoria per cercare quanto le avevano insegnato riguardo alla Grande Guerra per l’Energia. Non ricordava di preciso il tempo in cui si era scatenata, ma era sicura che fossero passati più di cinque secoli.
Era stato un conflitto feroce e disperato, gli uomini si erano affrontati per appropriarsi degli ultimi combustibili organici.
Gli arkangel erano stati l’arma definitiva. Creati per distruggere erano diventati incontrollabili. Si sforzò di ricordare i loro nomi: Raphael, Michael e Gabriel erano stati i più potenti. Ricordò che dopo aver distrutto il nemico si rivolsero contro l’intera umanità, avevano deciso che l’universo doveva essere purificato.
Furono sconfitti dall’ invenzione di una donna: il cannone a supersimmetria. E ciò che li annientò divenne la nuova fonte di energia illimitata.
Questo era tutto ciò che Lysa ricordava.
Ovviamente sapeva anche il nome della salvatrice dell’umanità: la santa Eloise. Una figura ormai immersa nel mito così come il santo Riemann. Nessuno sapeva che fine avesse fatto dopo aver creato il cannone, i matematici dicevano che fosse stata assunta  al cielo dal Supremo Architetto.
La ragazza si riscosse dai suoi pensieri, un’intera parete stava scivolando di lato rivelando una grande sala, colma di attrezzature elettroniche che non riconobbe.
Raphael e Sofia stavano venendo da lei, la ragazza, ora completamente nuda, portava un vassoio con un bicchiere metallico.
“Benritrovata” le disse lui con gentilezza “Spero che tu stia bene.  Ho dovuto prendere una decisione e spero che si rivelerà quella  giusta.”.
“Sto bene” rispose esitante “Ma vorrei sapere che succede. Chi è che vuole uccidermi? Forse la Corporazione dei Matematici? Tu sei un arkangel? E lei cos’è? Quale decisione hai…”. Le domande cominciarono ad uscirle sempre più velocemente ma lui l’interruppe: “Ti spiegheremo tutto, o quasi. Adesso per favore bevi.”.
Le porse il bicchiere e lei lo prese, con cautela, limitandosi a guardarlo.
“Bevi” la sollecitò “è  necessario che tu lo faccia.”.
“Perché?” fu la secca risposta.
Raphael sospirò e disse: “Sofia dovresti andare a controllare la connessione. Cambia la cifratura ed avvertimi quando lei sarà disponibile.”. La ragazza emise un suono che somigliava ad un basso ruggito, se ne andò con un’andatura che Lysa pensò studiata apposta per mettere in mostra il suo bellissimo corpo.
“Come ti ho detto è un po’ gelosa” disse lui con voce un po’ divertita “In genere i felini non lo sono ma in lei c’è molto della natura umana.”
Si avvicinò al letto e si sedette, Lysa si ritrasse istintivamente.
“Non devi aver paura” la voce si era  fatta morbida “Ora cercherò di spiegarti alcune cose, altre te le spiegherà una persona che conosci, fra poco. Prima però devo dirti una cosa che probabilmente ti farà arrabbiare, ma devo essere onesto con te. Quando ti ho portata qui ho cambiato il tuo corpo.”. Alzò una mano aperta, quasi un gesto di scusa, quando vide che la ragazza era impallidita e cercava di parlare.
“Ci sarà tempo per le domande. Ora  però bevi, se non lo farai morirai. Nell’acqua ci sono le nanomacchine che occorrono al tuo organismo per stabilizzarsi.”.
Lysa alzò il bicchiere con la mano che tremava, bevve, senza smettere di fissarlo. Quando finì  le parve di cogliere un guizzo di sollievo nei suoi occhi.
“Ora ho bisogno che tu creda subito ed interamente a quello che ti dirò. Per favore stringi con forza il bicchiere.”.
Lei lo fece e con meraviglia scoprì che era in grado di piegarlo, strinse ancora il pugno e lo accartocciò.
“Cosa mi hai fatto?” chiese con voce tremante.
“Io sono un arkangel e ti ho reso simile a me” fu la sconvolgente risposta.
Lysa si meravigliò di riuscire a controllarsi, erano successe molte cose, molto in fretta, sufficienti a fare impazzire.
Voleva chiedere perché ma un’altra  domanda le salì alle labbra: “Cos’è un arkangel?”.
“Un’arma, creata per distruggere. Un tempo ero un umano, poi mi sottoposi volontariamente agli esperimenti della dottoressa Eloise. Fu più  di cinquecento anni fa. Nei nostri corpi è stato iniettato un simbionte. Non un organismo unico ma piuttosto una colonia di nanomacchine costruite con il metallo inventato da Eloise: il bioacciaio. Il tuo corpo sta lentamente cambiando e diventerà  come il mio: più forte, veloce, resistente. Le ossa col tempo diventeranno interamente metalliche e la tua mente entrerà in simbiosi col bioacciaio. Non avrai bisogno di armi o attrezzi, li potrai creare da sola.”. Mentre parlava un sottile filamento metallico si staccò dal polso e si coagulò in una delicata rosa.
“La trasformazione ha effetto sul nostro modo di pensare?” chiese Lysa con voce dura.
Lui rise brevemente: “Sei davvero una persona speciale. Mi sarei aspettato che tu mi chiedessi se siamo immortali. Comunque le nanomacchine non influiscono direttamente ma, quando avrai compreso i tuoi nuovi poteri, il tuo modo di vedere le cose cambierà.”.
“Però non sei imbattibile” disse lei con una punta di sarcasmo nella voce “Alla fine sei stato sconfitto da una donna, la stessa che ti ha creato.”.
Sorrise in modo così malinconico che a Lysa si sarebbe stretto il cuore, se non fosse stata terribilmente arrabbiata.
“Le storie che si tramandano non sono del tutto esatte. Anche se, in un certo senso, si potrebbe davvero dire che lei mi sconfisse. Ma non lo fece usando un cannone, usò un’arma molto più potente: l’amore. Ancora oggi l’amo come il giorno in cui la vidi per la prima volta, e così credo sia anche per lei”.
Sofia arrivò portando uno piccolo trasmettitore olografico, lo  posò alla base del letto e lo accese.
“Ora avrai le altre risposte” disse Raphael.
L’ oloimmagine si aprì, Lysa riconobbe subito l’ufficio dal quale era scappata il giorno prima. La donna che apparve aveva  mani lunghe ed affusolate, corti capelli grigi ed un volto dall’ espressione decisa. Vide compassione e preoccupazione nei suoi occhi neri ma anche la tremenda forza di volontà di cui la sapeva dotata.
Davanti a lei c’era Sua Eccellenza l’Archimandita, Supremo Magister della Corporazione degli Astrofisici.
“Eccellenza!” esclamò la ragazza “Mi perdoni io non volevo….”
Si interruppe di colpo sentendo Raphael salutare: “Ciao Eloise, come vedi l’ho protetta.”.

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categoria:sanctuary
giovedì, 17 luglio 2008
cose assai brutte.
Ma non me la sento di fare un post a riguardo.
Allo stesso tempo vorrei prestare la seppur minima visibilità del mio blog  ad una giusta causa.
Quindi vi invito a leggere gli ultimi post sul blog di Licia.
Dopodichè, se volete, tornate qui e leggete la seconda parte del racconto.

Appena entrata abbassò il cappuccio e dovette abituarsi all’ oscurità, quando riuscì a guardarsi attorno comprese di aver commesso un errore.
Doveva essere  entrata in qualcosa di simile ad un teatro. C’erano diversi tavolini disposti a cerchio attorno ad un palco rotondo, nel centro del quale era infisso un lungo palo d’acciaio. Su un lato della sala c’era una  specie di bancone che le sembrò una mescita di bevande. Un uomo seduto su un alto sgabello stava  bevendo qualcosa sotto lo sguardo attento di un maggiordomo o forse un semplice servitore.
Pensò di uscire ma era stanca e decise di sedersi ad un tavolo, avrebbe bevuto una bibita e chiesto informazioni al servo che gliel’avrebbe portata.
Fu un grave errore.
Le si avvicinò una giovane donna che  indossava solo un paio di succinti pantaloncini ed un paio di stivali dai tacchi altissimi.
La fissò sgomenta e le ci volle un momento per capire cosa stava dicendo.
“Senti un po’ dolcezza sei per caso sorda?” le disse sgarbatamente quella spudorata “Guarda che se cerchi lavoro il padrone arriverà solo tra un paio di ore. Ti conviene passare più tardi.”.
“Vorrei solo bere una bibita e sapere dove posso trovare alloggio per questa notte” rispose esitante.
La donna parve riflettere e la sua  espressione si ammorbidì: ”Senti ragazza, credo che tu abbia sbagliato  locale. Non so da dove vieni ma è meglio se te ne vai.”.
Stava  per replicare quando sentì la voce rabbiosa del maggiordomo: “Ailyn! Non perdere tempo e dai alla  ragazza quello che chiede. Non sarà mica la prima ragazza di superficie che incontri. Se cerca il brivido dell’ avventura qui lo troverà e magari anche di più. Muovi il culo Ailyn!”.
La donna si allontanò e ritornò poco dopo con un limonata ghiacciata che posò sul tavolo senza dir nulla.
Intanto alcuni uomini erano entrati nel locale, vide che per la maggior parte erano anziani.
“Ciao, come ti chiami? Sei molto bella sai?”.
Subito dopo aver fatto la domanda un uomo si sedette davanti a lei. Aveva i capelli bianchi ed  un aspetto bonario, solo gli occhi neri le parvero freddi e duri.
“Mi chiamo Lysa” rispose automaticamente e se ne pentì subito, aveva detto il suo vero nome.
“E’ un bel nome” rispose lo sconosciuto fissandola tanto da metterla a disagio “Ho sentito che cerchi un alloggio per la notte, me lo ha detto Ailyn, forse io e te possiamo metterci d’accordo.”.
“No, io non cerco un alloggio. Ora devo andare, mi spiace!” e , quasi gridando la risposta, fece per alzarsi. Ma  la mano dell’ uomo scattò e la prese per il polso, stringendo e  costringendola  a rimanere seduta.
Nello stesso tempo si chinò verso di lei e la giacca  gli si aprì rivelando l’impugnatura di un coltello.
“Insisto” le disse con voce beffarda.
“Gosh, non fare casini qui nel locale!” la  voce del maggiordomo si fece di nuovo sentire. “Se la vuoi portala via prima dello spettacolo e senza fare chiasso! Atrimenti chiamo i ragazzi e  ti faccio sbattere fuori!”.
Lo sguardo dell’ uomo s’incupì e la voce divenne rabbiosa: “Hai sentito quel barista del cazzo, eh? Allora seguimi senza storie, vedrai che ci divertiremo.” Si alzò e  la strattonò ma si immobilizzò di colpo guardando verso l’entrata.
Anche Lysa si girò e, malgrado il terrore, si stupì della bellezza della coppia appena entrata
Lui era alto, con i  lunghi capelli corvini raccolti dietro la nuca. Indossava un paio di pantaloni neri,  morbidi stivali ed una camicia, anch’essi neri.
Lei era poco più bassa, addosso portava solo un  reggiseno nero e un paio di calzoncini corti. I piedi erano nudi. I capelli erano un massa arruffata bionda e striata  di nero
Lysa sentì il maggiordomo, anzi il barista che esclamava. “Cazzo, no! Ailyn chiama i ragazzi!.”.
L’ uomo le lasciò il polso e parve farsi piccolo mentre i due avanzavano verso di loro.
Si muovevano in un modo che Lysa trovò estremamente aggraziato.  Vide che lui aveva occhi che in un primo momento le sembrarono neri, quando fu più vicino capì che erano di un blu profondo, innaturale.
Ai polsi portava due strani bracciali, le sembrò che il metallo assorbisse la luce tanto era nero, anzi “buio”.
Lei invece aveva gli occhi color  smeraldo e la pupilla verticale, come quelli di un gatto.
“Vattene” disse con voce roca.
L’uomo che l’aveva afferrata  si affrettò ad  indietreggiare, urtò un tavolo, si girò e corse verso l’uscita.
“Per gli dei!” la voce del barista si levò stridula “Non voglio casini. Cazzo! Lo sapevo appena l’ho vista che portava guai. Non voglio casini. Andate  fuori!”.
Lui le sorrise e le disse: “Mi chiamo Raphael e lei è la mia amica Sofia”.
Lysa aprì bocca per rispondere, ma decise che per quel giorno aveva fatto abbastanza guai e la  richiuse.
“Stai diventando saggia” fu la divertita replica “ora però  dovresti seguirci. Ti porteremo in un luogo sicuro.”.
La ragazza fece un passo indietro: “Io non so chi siate. Non intendo seguirvi. Ora esco e me ne vado.”  Le si  spezzò la voce, capì che stava per mettersi a piangere.
“Va  bene” le rispose tranquillamente Raphael “non aver paura. Vai, ne riparleremo quando ti fiderai di me.”.
Lysa si mosse di lato, con cautela, poi si diresse verso il bancone dicendo: ”Ditemi quanto vi devo, signore.”.
Il barista la guardò stralunato, pallido come un cencio, poi sbottò: “Ma vaffanculo, troia! Vattene via! Cazzo! Vattene prima che quei due fottuti ci ammazzino tutti quanti!”.
La ragazza corse verso l’uscita e si ritrovò nel vicolo. Doveva  andarsene in fretta, l’aveva capito anche lei che erano assassini. Scelse una direzione a caso e cominciò a  correre ma dopo poco si fermò.
Era inutile fuggire, l’avrebbero raggiunta ed uccisa. La disperazione la invase, meglio aspettare e farla finita in fretta.
Quasi in risposta ai suoi pensieri davanti a  lei si materializzò una nera figura.
Il viso era coperto da una strana maschera e le mani stringevano quello che le sembrò un fucile. Lysa chiuse gli occhi in attesa dell’ inevitabile.
Un liquido caldo le arrivò sulla faccia, ed un poderoso ruggito la scosse.
Si pulì gli occhi con il dorso di una mano e li aprì.
Davanti a lei c’era Raphael, le braccia semiaperte, le mani impugnavano due lunghe lame ricurve, color della notte.
A terra c'era il corpo  dell’ uomo mascherato, letteralmente tagliato in due.
Rialzò lo sguardo e vide le lame che si ritraevano verso le mani dell’assassino, ridiventando due  bracciali.
“Bioacciaio” le disse, in risposta alla sua muta domanda.
“Non è possibile.” rispose lei “Solo gli arkangel durante la Grande Guerra per l’Energia potevano usarlo. E sono stati…”.
Si interruppe, confusa. Cominciò a tremare per lo shock e sentì le gambe che cedevano.
Si mosse con tale velocità  che Lysa quasi non riuscì a percepire il movimento.
Ora si trovava tra le sue braccia e sentiva uno strano brontolio minaccioso.
Girò la testa  e vide un gigantesco felino a  strisce nere ed oro. Un secondo uomo mascherato giaceva  a terra, sventrato.
“Sofia è un pò gelosa” le disse Raphael.
Lysa sentì la testa girare e svenne.
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categoria:sanctuary
mercoledì, 16 luglio 2008
il concorso fantasy segnalato da Francesco mi piace assai, ho deciso  di  cominciare a "farmi la mano" in tema urban fantasy,
Vi posto quindi la  prima parte di un raccontino scritto ieri notte.

La  morbida luce del tramonto illuminava la scrivania davanti all’ immensa vetrata. La ragazza si alzò dalla poltrona e si avvicinò  alle tende, il riflesso del sole sul monitor olografico le impediva  di vedere le risposte del CompMat, l’immenso elaboratore della Corporazione dei Matematici.
Il passaggio di uno Zeppelin la distrasse facendola sostare davanti al grande cristallo.
L’aeronave stava attraversando lentamente il cielo di  Sanctuary.
Ancora  una volta si stupì di fronte all’ immensità della megalopoli, alle sue torri svettanti ed alle enormi ziggurrat delle Corporazioni. Lei ora si trovava  alla sommità di una di esse e se l’avessero scoperta sarebbe stata immediatamente arrestata. A nulla sarebbe valso essere la protetta della donna a cui apparteneva quel luogo: Sua Eccellenza l’Archimandita, Supremo Magister della Corporazione degli Astrofisici.
Ma i calcoli che aveva appena fatto eseguire l’avrebbero condannata ad un destino ben peggiore della reclusione e dell’ignominia.
L’aver tradito la  fiducia del suo mentore non era nulla  a confronto dell’ eresia che aveva appena dimostrato.
Per un istante si vide riflessa: una ragazza  alta, con corti capelli rossi, occhi  grigi e la pelle color del bronzo.
Sospirò, allungò una mano sfiorando una piccola placca metallica, le tende si chiusero  e lei tornò davanti al monitor.
Non c’erano dubbi, quello che vedeva dimostrava  la sua teoria.
Un tremito le percorse il  corpo,  si portò  le mani al petto, in mezzo ai seni, e rimase immobile, cercando di controllare la paura.
Tra poche ore i matematici avrebbero notato l’insolita attività del loro elaboratore ed avrebbero informato il Venerabile Primo Matematico Mons. Rouke.
Avrebbe inviato degli Inquisitori  che sarebbero risaliti a lei in poco tempo. Era dunque tempo di  andarsene.
Prima però aprì il file del progetto a cui stava lavorando assieme all’Archimandita e fece alcune modifiche.
Voleva  lasciarle un messaggio, qualcosa che solo lei avrebbe compreso.
Spense il terminale ed uscì nel lungo corridoio. A quell’ora  non c’erano molte persone nell’ edificio, con un po’ di fortuna sarebbe riuscita a scendere inosservata e ad attuare il suo piano di fuga.
Si sarebbe recata nella Città Bassa, avrebbe cercato un anonimo hotel e si sarebbe nascosta fino a quando non fossero iniziati i festeggiamenti per la nascita del Santo Riemann. Poi si sarebbe  unita  ai pellegrini e se ne sarebbe andata con loro, lasciando per sempre Sanctuary.
Uno dei veloci ascensori la portò al piano del suo ufficio, che raggiunse senza incontrare anima viva. Entrò, chiuse la porta, si tolse la  divisa ed  il camice che indicavano il suo rango di Accolita di Prima Classe, indossò un paio di informi pantaloni grigi ed una casacca dello stesso colore. Prese da un cassetto una mantella di una tonalità più scura, l’aveva scelta per il suo ampio cappuccio.
Infilò in una borsa un paio di cristalli mnemonici ed il suo palmare, se la mise a tracolla ed uscì.
Con quell’ abbigliamento si sarebbe confusa in mezzo agli abitanti dei bassifondi.
Li aveva visti durante una  visita guidata ed ora provò un po’ di paura al pensiero di quella massa informe di persone.
Uscì dalla ziggurat utilizzando una  delle passerelle mobili che portavano alla stazione centrale della  metropolitana profonda. Ricordava il nome della fermata in cui era scesa quando aveva fatto quella stupida gita. Pensò che sarebbe stata un buon punto di partenza.
Il bigliettaio la guardò con mal celato sospetto, per un momento ebbe l’orribile presentimento che avrebbe chiamato la polizia. Ma quando gli disse la sua destinazione lo sentì sbuffare e, mentre le consegnava il piccolo tagliando elettronico, vide che il suo atteggiamento aveva assunto un misto di indifferenza e disprezzo.
Attraversò velocemente la grande stazione, senza guardare le imponenti colonne di plastacciaio che sorreggevano l’ immensa volta neogotica. Quando l'aveva vista per la  prima volta quella  stazione l’aveva colmata di silenzioso stupore, ora le sembrava un ambiente ostile e pericoloso.
Arrivò alla monorotaia da cui stava per partire, tra  sbuffi di vapore, la sua navetta.
Salì velocemente e si sistemò nell’ ultimo scompartimento. Era sola e la cosa le andava benissimo. Sapeva che il viaggio sarebbe stato lungo, prese la borsa ed  estrasse il palmare inserendo un cristallo mnemonico. Avrebbe passato il tempo indagando su alcuni interessanti aspetti dell’ oscura materia.
Si svegliò di colpo, spaventata.
La navetta era ferma e dalla vetratura laterale poteva vedere una stazione parzialmente immersa  nel buio. Solo un paio di luci si accendevano ad intermittenza illuminando un marciapiede lurido ed un’antiquata scala mobile.
Guardò l’ora sul palmare, si accorse con terrore che aveva dormito per più di otto ore.
Doveva essere arrivata  all’ultima fermata, al livello più basso di Sanctuary
Scese guardandosi attorno con cautela, non vide nessuno e si diresse alla scala mobile.
Salì su uno degli sgangherati gradini e cominciò a muoversi verso quella che credeva l’uscita.
Continuava ad essere sola e per questo si sentì un po’ rassicurata. Forse era  stato un bene che fosse scesa fino a quel livello, sarebbe stato più difficile rintracciarla.
Cominciò a sentire uno strano rumore, mano a mano che saliva si trasformò nel frastuono di migliaia di voci. Anche la luce aumentava sempre più d’intensità, diventando a  tratti colorata.
Raggiunse  la sommità della scala, camminò davanti ad una biglietteria  deserta, arrivò all’uscita e si ritrovò in una ampia piazza, in mezzo ad una folla multicolore.
Tutt’intorno c’erano giganteschi edifici stranamente illuminati. Sembravano tanti parallelepipedi accostati in maniera casuale, addirittura caotica. Appesi alle loro  facciate c’erano grandi schermi olografici su cui si agitavano strani personaggi urlanti.
Molti loro avevano in mano in mano lattine di bibite o confezioni di cibo.
Rimase a fissarli a bocca aperta, senza capire cosa stavano dicendo, il frastuono della  folla le faceva arrivare solo brevi spezzoni di musica e di parole.
Poi capì, si trattava di messaggi pubblicitari. Ricordava  di averlo studiato a scuola nelle ore di storia. Prima della grande Guerra per l’Energia gli uomini facevano ricorso a quella  forma di persuasione occulta, non le sembrava  possibile che esistesse ancora.
Qualcuno la urtò malamente sibilando un insulto. Si rese conto che, stando immobile, intralciava il passaggio. Si mosse verso un lato della piazza, il viso nascosto dal cappuccio  che si era  affrettata  ad alzare.
C’erano appartenenti a tutte le razze da lei conosciute ed anche individui che chiamare “strani” sarebbe stato riduttivo.
Il tipo che l’aveva  appena urtata aveva davvero sibilato e quando lo aveva guardato aveva colto un paio di occhi gialli con la pupilla uguale a quella  di un serpente.
Quasi tutti avevano abiti con colori sgargianti, decisamente il suo abbigliamento era parecchio fuori posto.
Ma non era il momento di recriminare, ormai doveva  essere decisa e non indugiare, doveva  essere coraggiosa.
Quando arrivò davanti ai primi palazzi rimase ancor più impressionata  dalle loro dimensioni. Sicuramente erano più bassi delle torri e delle ziggurat del livello superiore, ma le sembrava incredibile che nel sottosuolo esistesse una  caverna di tali dimensioni.
Guardò in alto e non riuscì a scorgere la volta, ma solo un uniforme luce lattiginosa.
Si riscosse, ora doveva concentrarsi e trovare un posto dove trascorrere la prima  di molte notti. Vide che tra gli edifici si aprivano ampie strade intensamente trafficate, anche se non notò nessun veicolo più grande di un trasporto individuale. Sembrava che la maggior parte delle persone si spostasse camminando.
Iniziò  a percorrere la strada  più vicina e notò che era intersecata da numerose traverse. Ad un certo punto ne scelse una, che le parve più luminosa, e si inoltrò nel cuore di quella città sotterranea.
Si mise a leggere quelle che credette fossero insegne, in effetti pubblicizzavano servizi e cose che non le erano molto chiare. Non aveva idea  di cosa fosse un “bar” o perché un locale vantasse ben tre x. Si accorse che la via si era fatta più stretta e buia, doveva  decidersi ad entrare in uno di quegli esercizi commerciali.
Vide un’insegna che le piacque: una ragazza, evidentemente stanca, si appoggiava ad un palo sorridendo soddisfatta. Si trattava sicuramente di un ostello per donne.
postato da: Valberici alle ore 16/07/2008 20:43 | Permalink | commenti (13)
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